Il posto della mente è una piccola oasi letteraria dove possiamo andare quando abbiamo bisogno di qualcosa di diverso. Di leggere, o scrivere storie. Storie inventate, come quelle che io, da principiante, sottopongo al vostro giudizio, oppure storie vere, piccoli "frammenti di vita" che scivolerebbero immediatamente nell'oblio se qualcuno di noi non li raccogliesse.

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martedì 22 giugno 2010

Paco de Luna - Secondo quadro [gianbarly] La Notte 1 (bozza)



Francesco, detto da tutti Franchino – tranne che dal suo amico Paolo, che lo chiamava Franco, intendendo in quel modo dimostrargli un affettuoso rispetto – aveva una passione: la notte.  

sabato 19 giugno 2010

Paco de Luna - Primo quadro [gianbarly] TeleCittà 6


Mi ricordai di colpo dell’appuntamento con la donna di Paco. Guardai l’orologio: ero quasi in ritardo. Mentre correvo al bar dove ci dovevamo vedere cercavo disperatamente di fare un po’ di ordine ma finii solo per maledire me stesso.
  

sabato 5 giugno 2010

Giulio è morto [gianbarly]

Giulio è morto. Una sensazione di leggero stordimento, di straniazione, quasi di angoscia mi frulla in corpo. Ma non è per lui. E’ a causa della "vibration" che gli abbiamo voluto dedicare, nonostante le raccomandazioni delle autorità.
Guardo mia moglie, seduta di fronte a me, che si sta lentamente riprendendo. Giulio è, era, il suo fratello più piccolo. Gli ha voluto sempre un bene speciale, lo ha coccolato e protetto, sapendolo così sensibile. E' stato terribile per lei vederlo invecchiare, osservando le sue capacità che si degradavano un giorno dopo l'altro.

martedì 11 maggio 2010

Paco de Luna - Primo quadro [gianbarly] TeleCittà 5


L’indomani andai in ufficio presto, deciso a rivedermi il materiale dell’intervista. Entrando non potei fare a meno di cercare Maria con lo sguardo. Era appoggiata al muretto del box di Luciano, la stessa faccia grigia di sempre. Una quantità di domande mi venivano alla mente, ma le ricacciai indietro. Ero lì per un motivo preciso e non mi potevo concedere distrazioni.Cazzo! C’era Riccardo. Mi fermai, indeciso. Avevo bisogno di quel materiale, ma lui mi avrebbe dato sicuramente il tormento. In più, era impegnato in una vivace discussione con l’Antonia. Lei era in piedi e lo stava chiaramente rimproverando. Lui giocherellava con una penna, dondolandosi sulle zampe posteriori della sedia. La guardava senza porre minimamente attenzione a quello che gli diceva. Faceva scorrere lentamente lo sguardo lungo il corpo della ragazza. Era impudente come al solito e giocava a spogliarla con gli occhi. Lei continuò per un po’ la sua tiritera appassionata, poi a poco a poco si calmò, intercettando finalmente gli sguardi di lui. Allora pensò di essere riuscita a metterlo al suo posto, con i buoni argomenti e con il suo fascino. Alla fine si zittì del tutto e si allontanò. Sul viso aveva stampata la soddisfazione di un’altra vittoria.
Riccardo fece alle sue spalle una mossa di dileggio, continuando a dondolarsi sulla sedia. Evidentemente mi aveva visto, perché ora si reggeva in equilibrio appoggiando ostentatamente il piede al mio cassetto.

La voce di Annamaria mi scosse dal blocco che mi aveva preso.
“Franchino, puoi venire un momento?”
Entrai nel suo box, richiusi la porta e mi sedetti davanti a lei.
Non mi diede il tempo di mettermi sulla difensiva.
“Mi devi coprire questa notizia” e mi allungò un’ansa.
Per prendere tempo mi misi a leggere con attenzione. Si trattava di un’aggressione ad un barbone. Il poveraccio era stato preso di mira da una banda di teppisti. L’hanno colpito con dei bastoni. Lui ha provato a difendersi, poi è scappato; ma gli hanno dato la caccia finché non l’hanno ritrovato. Lui è scappato ancora. E loro l’hanno ritrovato di nuovo. Hanno continuato a picchiarlo, inseguirlo e picchiarlo fino all’arrivo della polizia, che li ha arrestati.
Il barbone non era morto, ma sarebbe rimasto segnato per sempre da quell’esperienza.
Stavo cominciando a chiedermi come mai Annamaria avesse pensato a me quando arrivai ai nomi: il primo della lista era Pierfrancesco, suo figlio.
Il figlio di Annamaria.
“Quel” figlio. Il figlio perfetto per definizione. L’esempio, la pietra di paragone per tutti i figli. Quello che non si poteva neppure pensare di mettere in discussione, tanti erano i suoi meriti. Già alle scuole medie era il migliore. Vinceva concorsi, anche a livello nazionale. Faceva sport ed aveva un sacco di interessi. Ed era brillante in ogni cosa. Alla tele, quando se ne parlava, c’erano i figli e poi c‘era Pierfrancesco. Da sempre.
Anche Maria di fronte a lui si era arresa.
“Se avessi un figlio, vorrei che fosse come Pierfrancesco!”

Feci quasi un balzo sulla sedia e, senza controllarmi, la guardai smarrito. Lei sostenne il mio sguardo con la solita determinazione, poi si alzò andando a chiudere la porta. Ritornò lentamente alla scrivania e, con un soffio di voce, mi disse:
“Sì, è lui”
Dalla sua faccia era sparita ogni traccia di quella sicurezza a cui ci aveva abituati. Mentre si afflosciava nella poltrona, i suoi occhi si velarono di lacrime. Guardò fuori, attraverso i vetri divisori, per assicurarsi che nessuno potesse vederci, poi mi prese d’impeto le mani e le strinse forte.
“Io… Io non so che fare! Devo dare la notizia, capisci? In tanti anni non mi avete mai visto censurare qualcosa. Ho sempre passato tutto quello che andava detto, anche le cose scomode. Solo io so quante pressioni ho avuto dalla direzione, quanti mi hanno telefonato per cercare di addomesticare una notizia. Mi faccio vanto di essere indipendente da tutto e da tutti. Io…”. Non riuscì a concludere la frase.
Ricacciò indietro un singhiozzo e riprese
“Lo capisci? Lo capisci, vero, che quelli lì fuori non aspettano altro per farmi a pezzi! E’ così difficile rimanere a galla! Per stare al mio posto bisogna saper usare tutto quello di cui si dispone. Le conoscenze, la capacità di essere sul pezzo. Anche in redazione ci si deve costruire una credibilità, un ascendente, non ci si può far vedere deboli o indecisi! Se non sei il più forte, se non lo dimostri ogni giorno, finisci col soccombere. Sapessi quali sacrifici, a quale prezzo difendo ogni giorno la mia posizione! Lo vedi a che ora vado via la sera, sempre pronta a tornare se c’è un cazzo di problema! Lo so io quante volte ho dovuto rinunciare a me stessa, a mio marito e sì, anche a mio figlio… E dover sempre dire quanto è eccezionale, perché anche su questo ti giudicano! … Io che ho dato tutto, per questo posto di merda! Sì, di merda… Con il Direttore che se ne sta ben lontano da qui, troppo preso a districarsi fra le sue amanti! Ma lo sai che se non ci fossi io, la barca andrebbe a fondo in pochi mesi? E loro cosa fanno? Non aspettano altro che un mio passo falso, un appiglio qualsiasi per farmi fuori! Ti prego Franchino, io ora devo correre via, lo capisci, mi metto nelle tue mani…”
Mi ritirai piano dalla sua stretta, cercando di assumere un’espressione adeguata alla situazione. Lei si ricompose, riprendendo quasi di colpo l’abituale controllo e mi liquidò dicendo
“Voglio il servizio per il notiziario delle otto!” Era tornata quella di sempre.

Alle sei riuscii a consegnare il pezzo a Paolo per il montaggio. Sentivo un confuso senso di vergogna, ma cercavo di dire a me stesso che, in fondo, ero stato onesto. Avevo fatto fare le riprese dei luoghi dove era avvenuta l’aggressione e raccolto le dichiarazioni delle forze dell’ordine. Pierfrancesco non era mai stato nominato. Nel mio commento non mi ero soffermato sugli aggressori, ma avevo fatto un lungo discorso sul “branco”. In fondo la notizia era stata data, dedicandole un tempo consistente.

giovedì 22 aprile 2010

Mastectomia preventiva [gianbarly]

Lo sguardo fisso, nervoso, la voce che si fa largo a fatica nella gola stretta dal morso dell’angoscia.
“Allora, dottore, me lo dica… ho il cancro?”


sabato 17 aprile 2010

La gloria di domani - racconto [gianbarly]

Le mani appoggiano con cura il pallone sull’erba, cercando il punto migliore, quello che non tradisce. Piano, senza fretta, costruiscono un piccolo nido nel terreno, che trattenga solo un poco la palla. Il gesso bianco del dischetto sporca appena la sfera lucida.



Paco de Luna - Primo quadro [gianbarly] TeleCittà 4


Gli avvenimenti si mescolavano nella mia mente. Alla fine avevo fatto quella benedetta intervista. Paolo me l’aveva montata e, tirando un gran sospiro, avevo consegnato la cassetta a Maria. Il mercoledì era passato senza che succedesse nulla di particolare. Avevo sperato in un ringraziamento, una lode o almeno un commento non negativo. Mi dovetti accontentare di non avere critiche.Poi, quando già la questione si stava affievolendo dentro di me, ecco quel biglietto. Sentivo un bisogno disperato di stare un po’ solo. Quella sera uscii senza cercare il mio amico Paolo. Girai a lungo in macchina, nelle strade lungo il fiume, le più piene di vita. Guidavo senza una meta, per cercare di allentare la tensione che mi sentivo dentro e fare un po’ di ordine. Ma più mi sforzavo di analizzare la questione, più i pensieri mi turbinavano a caso nel cervello. Ceravo di risolvermi ad affrontare il problema e invece mi ritrovavo a pensare ad altro. Man mano che passavo davanti ai locali ricostruivo dentro di me la loro mappa. Paolo mi aveva insegnato, sera dopo sera, a riconoscerli, a capire le logiche sotterranee che li rendevano alla moda. Ad individuare quelli giusti per le diverse occasioni, per andarci con gli amici o per portarci una ragazza, quelli da evitare, quelli troppo su o troppo giù. Quelli per gay, o troppo in odore di malavita. Quelli in cui potevi tirare mattino o dove andare a cercare un brivido più intenso. Dove poterti rifugiare per tirarti via da una storia che ti faceva soffrire e dove invece cercarne una nuova.
La città ti metteva a disposizione la gamma completa delle possibilità, bastava saperle riconoscere ed offrirsi a loro senza remore. In questo Paolo era una guida insostituibile. Ti raccontava con semplicità la storia di ogni locale. Conosceva tutti e trattava ciascuno secondo un suo preciso canone.
Mentre ragionavo fra me e me di queste cose mi allontanavo dal centro, come alla ricerca di posti più defilati. Infine mi risolsi ad uscire dalla città. Guidai per un’ora abbondante per vialoni semideserti, lasciandomi portare dai pensieri che man mano mi si affacciavano alla mente. La cosa che mi aveva tormentato era ormai sepolta in qualche recesso del cervello e non facevo niente per risvegliarla.
Ad un certo punto mi venne in mente che, non lontano da dove mi trovavo, c’era un posto che avevo frequentato quando andavo a scuola. Era un bowling, dove andavamo spesso a dispetto della lontananza perché a quel tempo era gestito dal padre di un nostro compagno e potevamo fare qualche partita gratis. Mi venne la curiosità di rivederlo e, sotto sotto, forse la speranza di ritrovare qualche volto sbiadito nella memoria.
Parcheggiai la macchina ed entrai con un senso di lieve euforia, come quando la situazione prende una piega insperata.
Il locale era parecchio cambiato. Del resto ne avevo avuto notizie fresche, ovviamente da Paolo. Ne avevamo parlato per un suo curioso aspetto. Negli ultimi anni, dopo il cambio di gestione, aveva sviluppato, per così dire, una duplice personalità. Quasi un dottor Jekill e mister Hyde del divertimento. Aiutato, in questo, dalla conformazione degli ambienti. Da una parte, dove c’era un ampio salone con grandi vetrate, era il bowling di sempre, per lo più frequentato da compagnie di ragazzi e ragazzini numerose e vocianti. C’era poi un’ala più piccola e raccolta che partiva dal lato destro in fondo alle piste, dove era stato ricavato il posto per una decina di tavolini. Il bancone del bar era in mezzo, a separare i due ambienti. L’atmosfera intima ed il fatto di essere sufficientemente fuori mano vi aveva fatto affluire prima delle coppie in cerca di luoghi defilati, poi sempre di più quelli che andavano in cerca di incontri fugaci, senza troppe complicazioni. Era diventato il posto più in voga per chi, donne e uomini, era in cerca di avventure senza futuro. I proprietari del locale avevano incoraggiato questa squallida tendenza separando sempre di più le due parti. Ora il locale era una specie di Giano bifronte. Uno poteva entrare sul davanti, fare le sue partite, divertirsi tutta la sera senza minimamente accorgersi di quell’altro mondo che pulsava a pochi passi da lui.

Mi guardai intorno e – fortuna! – vidi un vecchio amico. Ci salutammo calorosamente e lui mi invitò ad unirmi alla sua compagnia. Giocavamo e ricordavamo i vecchi tempi. Aveva amici simpatici e finii per trascorrere una piacevole serata.
Quando loro uscirono andai al bancone del bar per farmi una bibita. Ero davvero sereno e volevo godermi quello stato ancora un po’. Mi appollaiai su uno sgabello cominciando a sorseggiare la mia bevanda. Il bancone era fatto a ferro di cavallo, in modo che il barista potesse agevolmente servire sia la parte del bowling sia i frequentatori dell’altro ambiente. Gli scaffali con le bottiglie dei liquori mi impedivano di vedere cosa succedeva dall’altra parte, tranne che per l’ultima parte del bancone. Io, in quel momento, non avevo la minima curiosità di quelle storie. Appartenevano ad un mondo che non riuscivo minimamente a capire, che rifiutavo e che mi dava una grande tristezza. E non avrei dato nessun importanza a quell’aspetto del locale se il mio sguardo non avesse colto, proprio nella porzione di bancone che potevo vedere, un volto familiare.
Proprio lì, in mezzo a due uomini, c’era Maria.
La prima cosa che mi colpì fu la sua espressione. Era trasformata. In ufficio aveva sempre un’aria livida, sfinita, che tradiva un eterno rancore. Di fatto non avevo mai pensato a lei come ad un essere umano. La vedevo ora per la prima volta, lo sguardo acceso, i movimenti a scatto, un po’ accelerati, la risata forte. Era una donna non più giovanissima, con le sue storie e chissà quali aspirazioni, sospesa in quell’età in bilico fra ciò che è stato e quello che non sarà più. Chiacchierava fittamente con i due uomini, con ampi gesti delle mani. Ogni tanto buttava la testa all’indietro, prorompendo in una sonora risata. I due le stavano addosso come cani in calore. Ad un certo punto quello più anziano le mise una mano sul seno. Lei fece un debole segno di resistenza, ma poi lo lasciò fare. Continuò a parlare come se niente fosse. Dopo un po’ avvicinò la bocca all’orecchio dell’altro uomo per dirgli qualcosa. La sua mano sparì lentamente sotto il bancone mentre lo fissava con aria divertita. L’espressione dell’uomo cambiò di colpo. Stettero così per qualche istante poi cominciarono a ridere guardandosi negli occhi. Maria allora si girò verso quello che le aveva palpato il seno e di nuovo affondò la mano verso il basso, ripetendo lo stesso copione. L’uomo era a disagio e si dimenava sullo sgabello. Non guardava verso Maria, ma dava fugaci occhiate intorno. Lei, divertita dalla sua reazione, prolungava la sua azione, accentuano apposta i movimenti della mano e sussurrando continuamente all’orecchio dell’uomo. Poi si rizzò di colpo più che poteva, in modo da sovrastare i due e alzò le braccia davanti al viso, roteando le mani e gli occhi, come a mettere in fila una serie di elementi. Fece alcune considerazioni ad alta voce, aumentando l’imbarazzo del secondo uomo, anche se nessuno poteva sentirli. Ammiccò più volte, ridendo a mezza voce. Alla fine puntò gli indici paralleli verso quello alla sua destra. Lui annuì soddisfatto. Lei diede un buffetto all’altro, che alzò le spalle. I tre si alzarono allontanandosi da me. Maria uscì dal locale tirandosi dietro la sua preda.
Poco dopo uscii anch’io, con la testa in fiamme. In bocca avevo il sapore metallico della birra a pressione. Ciò che avevo visto mi lavorava dentro, facendomi star male. Non riuscivo proprio a vedere la cosa con distacco. Eppure non avevo mai provato per Maria alcun interesse – non dico a livello affettivo – ma neppure con cose come simpatia o antipatia. L’avevo semplicemente catalogata fra le piccole noie che ti possono capitare. Non mi consideravo neppure un bacchettone; ero, anzi, incline ad accettare tutte le forme di espressione delle tendenze sessuali, senza alcuna preclusione. No, non era quello il punto. In realtà, non era tanto il disgusto per quella scena, quanto la mia totale incapacità di afferrarne il senso. Dio mio, Maria non aveva bisogno di quello! Non poteva averne bisogno! Mi tormentai per buona parte della notte, incapace di archiviare la cosa fra le evenienze più o meno strane della vita. Finii per addormentarmi sfinito.