Il posto della mente è una piccola oasi letteraria dove possiamo andare quando abbiamo bisogno di qualcosa di diverso. Di leggere, o scrivere storie. Storie inventate, come quelle che io, da principiante, sottopongo al vostro giudizio, oppure storie vere, piccoli "frammenti di vita" che scivolerebbero immediatamente nell'oblio se qualcuno di noi non li raccogliesse.

Frammenti di vita..................Racconti & Poesie..................Paco de Luna..................Pensieri sparsi..................CONTATTI

sabato 21 settembre 2013

Delina e Giovanni Benelli, due tipi per "L'amico di Mussolini"

Il mio romanzo aveva bisogno di una figura femminile. Di un personaggio che mitigasse la scontrosità di Giuseppe, che ne indirizzasse le scelte senza però togliergli la libertà, senza stravolgerlo.
Delina è nata così, una ragazza piccola, graziosa e determinata. Nella mia mente doveva essere estremamente femminile pur facendo un mestiere da uomo. Sentivo che lei aveva una passione per la meccanica, in particolare per le moto. Ho cominciato a scriverla così, pervaso però da dubbi: avevo forse osato troppo? Davvero potevano esserci donne che guidavano motociclette in quegli anni?
La questione mi frenava alquanto e non mi decidevo ad andare avanti finchè non mi sono imbattuto nella foto qui accanto. L'ho presa dal sito .... pensate un po' ... di Cà di Landino, il paese dei pozzi inclinati per il cantiere della Direttissima! Se non è un segno questo!
Allora il capitolo è andato via liscio, con ogni cosa al suo posto. E siccome per me parlare di moto significa, per una singolare coincidenza familiare, parlare delle Benelli, ho inserito un incontro fra lei e il giovane propietario di quel marchio glorioso:Giovanni Benelli.
La storia, interessantissima, della nascita di quella gloriosa fabbrica e dei suoi successi la potete trovare su Wikipedia o su siti di fanclub (come questo  http://thevintagent.blogspot.it/2011/12/fratelli-benelli-racing.html da cui ho tratto la foto dei fratelli Benelli).

Il terzo da sinistra è proprio Giovanni. Il primo invece è Antonio, detto "Tonino" che portò la loro moto a vincere tutte le più importanti competizioni internazionali negli anni '20 e '30.

Infine, per stimolare la vostra curiosità, ecco il brano del loro incontro:

Un giorno, mentre armeggiava su una malandata Augusta 175, una voce alle sue spalle la fece quasi sobbalzare:
“Che ce l’avrebbe una chiave inglese da prestarmi?”
Delina si tirò su, piantando i suoi occhi decisi sul giovanotto che le aveva fatto la domanda. Era un tipo piuttosto alto, distinto, con un bel giubbotto di pelle sopra la tuta. Aveva alzato sulla fronte gli occhialoni da motociclista. Accanto a lui una Benelli 175 monoalbero. La riconobbe al primo colpo, anche se non se ne vedevano tante in giro a quell’epoca.
Quell’esemplare aveva però qualcosa di strano. Delina lanciò uno sguardo interrogativo all’uomo.
“Ecco, signorina. Non vorrei darle disturbo, ma ho un problema alla moto e mi servirebbe una chiave del 12, se può prestarmela per un momento”
“La chiave ce l’ho” rispose ruvida Delina mentre gliela porgeva. “Ma lei è capace a far da sè?”
Il giovanotto scoppiò in una risata.
“E lei saprebbe metterci le mani?”
“Come no! E’ un motore particolare, ma posso cavarmela anche con quello”
L’uomo stette un attimo in silenzio, come per valutare quello che lei gli aveva detto.
“Facciamo così. Mentre io la sistemo, lei mi segue, così le insegno due o tre segreti di questo motore”
Delina fece un’espressione fra la sorpresa e l’offesa. Ma chi si credeva di essere costui?
“Non si arrabbi, la prego. E non mi consideri arrogante. Vede, questo motore credo di conoscerlo meglio di chiunque altro”
La guardò con aria seria.
“L’ho disegnato io”
Delina restò con il respiro a metà.
“Via, sarà ora che mi presenti. Sono Giovanni Benelli e questa è la moto che sto mettendo a punto per mio fratello Tonino. Quello che corre, lo conosce?”
Lavorarono insieme per un’ora buona, mentre lui le raccontava la storia di come, assieme ai suoi fratelli, avesse creato le famose Officine Benelli di Pesaro. Della madre Teresa che li aveva indirizzati a quel mestiere e senza la quale nulla sarebbe stato possibile. Delle serate sacrificate al divertimento per costruire un motore tutto loro. Con pazienza e passione le mostrò le modifiche che aveva apportato ai disegni originali per farne un motore da competizione.
Quel giorno Delina imparò più cose di quante ne avesse conosciuto fino a quel momento. Furono probabilmente i momenti più belli che avesse trascorso nell’officina paterna, che rinsaldarono definitivamente in lei la passione per la meccanica. Quei pezzi di metallo, resi brillanti dall’olio che li ricopriva, erano materia viva nelle loro mani. Come una squadra ben affiatata aprivano, analizzavano e sistemavano il cuore di quel gioiello come se si trattasse di operare una persona in carne e ossa. Delina non avrebbe più smesso.
Nell’accomiatarsi Giovanni Benelli fece i complimenti alla ragazza.
“Lei non sfigurerebbe nelle mie officine, glielo garantisco. Neppure nel reparto corse, dove mettiamo solo i meccanici migliori”
Delina abbassò lo sguardo, confusa.

“Anzi, se un giorno volesse lasciare questi posti e venire giù da noi, venga a trovarmi che un posto in fabbrica per lei ci sarà sempre. Ci pensi”.

mercoledì 8 maggio 2013

Piove merda [gianbarly]

Renè Magritte - Golconda
Il giorno 23 di giugno, a una certa ora del pomeriggio, cominciò a piovere merda. Veniva giù dal cielo in grossi goccioloni, che stampavano sull'asfalto un disco liquido di colore marrone chiaro, con al centro un piccolo grumo di cacca. Non era una pioggia fitta, tutt'altro. Le gocce cadevano alla distanza di una decina di secondi, una qui e l'altra là.

lunedì 8 aprile 2013

L'amico di Mussolini - Il terremoto del 1920 a Fivizzano

Il nonno Edgardo
Cosa ci fa qui il nonno Edgardo, che amico di Mussolini non fu davvero? Per capirlo bisogna ritornare al mio progetto di romanzo "L'amico di Mussolini".

Nello scrivere questo tipo di romanzo c'è una difficoltà in più: la necessità di documentarsi in maniera puntuale su una miriade di aspetti diversi. Ma proprio lì sta anche il suo aspetto più affascinante: ci si può far trascinare nel gorgo dei documenti, seguire le fonti, incrociare avvenimenti diversi. Attraverso i personaggi si possono annodare percorsi straordinari, fino al punto da non comprendere più se è il personaggio che richiede quella situazione oppure sia stata lei a presentarsi così ghiotta da determinare il personaggio.

A me è successo, ad esempio con l'Arrigo. Arrigo Maltinti, per la precisione, l'arrogante caposquadra del "Foro", il tormento del gruppo di operai che lavorano alla costruzione della Stazione delle Precedenze nella grande galleria della Direttissima Bologna-Firenze. Nel pensare una storia per lui, mi è prima affiorato un nome, un luogo da cui farlo venire: Fivizzano, in Lunigiana. Da lì a realizzare che, in quegli anni, l'evento dominante della zona era stato il terremoto del '20, è stato un attimo. Mi sono buttato a cercare documentazione, quando mi sono ricordato di avere un testimone d'eccezione: il nonno Edgardo.

Edgardo è stato il suocero di mia sorella. Per tutti noi è sempre stato il nonno Edgardo. Scomparso da poco, alla veneranda età di di 97 anni, ci ha lasciato un libretto di memorie che riporta anche i suoi ricordi di bambino scampato al terremoto. Eccoli:


3    II terremoto

Il 1919 fu l'anno del mio incontro con la scuola. Frequentai fa scuola privata della "Giacchi" dove l'insegnante Rappi Emma, severa ma buona e molto comunicativa, mi insegnò a scrivere le vocali e poco altro.
Fu in questa scuola, in via Cavallotti, che il pomeriggio del 6 settembre 1920 sentii pronunciare per la prima volta la parola terremoto. I compagni  più  grandi si precipitarono spaventati per le ripide scale ed io li  seguii  fino  in  strada. Giunto a   casa mi spiegarono il fatto e mi tranquillizzarono. Il mattino seguente, il 7 settembre,poco prima delle ore otto, si ripetè fa scossa con inaudita violenza. Ero ancora a letto e lo zio Icilio mi portò in braccio nello scantinato del fabbricato. La parte dell'appartamento da noi abitato fu quasi interamente distrutta. Furono ore drammatiche che per lungo tempo lasciarono in me paura e sconcerto. Sentivo la nonna raccontare che se mia zia Romana non si fosse alzata un'ora prima del solito, sarebbe rimasta sotto una trave del tetto che si era abbattuta sul letto.
Il sisma fu veramente una catastrofe: quasi tutte le abitazioni distrutte o  seriamente danneggiate, oltre quaranta i morti, gli aiuti quasi inesistenti, ovunque pianto e desolazione.



I mesi che seguirono furono di inaudita sofferenza. L'inverno era alle porte e noi ancora sotto le tende. Ricordo che un forte temporale spazzo via l'accampamento.
Del periodo in cui fummo attendati al Piazzone esiste una foto scattata da un marinaio venuto insieme alle truppe dei soccorritori

(...) In quei giorni da Fivizzano transitò il re. Lo ricordo in piedi sopra un'automobile, che ci faceva segni di saluto. Il sovrano prosegui poi per la Garfagnana, altra zona colpita dal sisma e si racconta che giunto nelle vicinanze di Terenzano fece fermare il convoglio per ammirare il bellissimo panorama delle Apuane, dicendo: "Ma questa è la Svizzera italiana".
Nel 1922-23, per iniziativa del prof. Metello Francini, primario dell'ospedale di Fivizzano e dell'associazione combattenti, i fìvizzanesi furono invitati a partecipare allo sgombero delle macerie della chiesa dei francescani che si trovava dove ora è l'entrata dell'ospedale. Vi fu un'adesione numerosa di uomini e di ragazzi che si misero al lavoro con costanza ed entusiasmo. Dalle macerie uscirono anche numerose ossa umane, visto che le chiese anticamente servivano spesso da cimitero. Tali resti furono poi portati in una cappella che si trova ancora oggi nel bosco dei frati. Attualmente al posto della chiesa, sulla destra di chi entra nell'ospedale, vi è un albero gigantesco; è un abete piantato nel 1931. Anch'io contribuii all'opera. A proposito dello sgombero delle macerie, merita un cenno il fatto che segue. Una domenica mattina, mentre ferveva il lavoro dei volontari, venne un ordine dalle autorità provinciali di sospendere ogni attività. Le ragioni di tale decisione erano dovute probabilmente al fatto che tra l'associazione combattenti ed i primi esponenti del nascente partito fascista non correva buon sangue.
(...)

5    La scuola

Le scuole riaprirono a ottobre dell'anno 1921 in una baracca dove ora si trova la Banca Toscana e successivamente trasferite in una sede più  idonea: la più  bella baracca del «Vivaio" posta dove ora c'è il campo sportiva.I banchi non erano troppo nuovi e ricordo il "Cecé" che veniva con un bottiglione di inchiostro a riempirci i calamai. D’inverno si combatteva il freddo con qualche semplice, ma efficace esercizio di ginnastica:  battere i piedi e spingere le braccia in alto ed in avanti. Una  piccola stufetta, alimentata  con qualche fascio di legna che andavamo a cercare nei boschi  di castagni, stemperava I’ambiente ma per poco. La stufa difettosa e la legna non sempre  secca procuravano  un  fumo  cosi fastidioso da indurre il maestro a far spegnere il “riscaldamento”.
(...)

6    Le baracche

Nel raggruppamento di baracche del "Vivaio", circa quaranta, si viveva abbastanza tranquilli, ma le privazioni erano davvero molte. La convivenza di tante persone creava quotidiani   problemi di difficile soluzione. I servizi igienici erano praticamente inesistenti: un baracchino all'inizio dell' accampamento e uno al termine. L'acqua era preziosa: un piccolo getto, dove ora si trova l'edificio della scuola materna, serviva tutta la comunità.
Altro problema era il bucato. Le massaie, alle qual era affidato    questo  compito, dovevano anche provvedersi la legna per alimentare il fuoco e avere acqua  bollente. Quindi sistemavano le lenzuola e tutto ciò che doveva essere lavato in un grosso recipiente a forma troncoconica chiamato bugio; coprivano il tutto con un telo di juta, lo cospargevano di cenere e, per qualche ora, vi gettavano sopra acqua bollente. All'estremità   del bugio una cannella immetteva il ranno in un recipiente che poi serviva ad altro uso.
Raccolta in un cesto la biancheria, se la caricavano in testa e andavano a sciacquarla in località assai lontane dall'abitazione: la fontana di sotto e la fontana grande.
Non tutto il paese viveva al "Vivaio". Raggruppamenti di baracche erano dislocati in altri siti: Piazzane, Campo di Salotto, Cemento, Livorno (perché donate dalla città di Livorno), sul lato destro di via Roma andando verso l'ospedale. Tutti questi insiemi di baracche avevano gli stessi problemi igienici e di convivenza.


Al Rondò, odierna piazza Marconi, sotto il bel platano, vi erano la farmacia Clementi ed il negozio Catalani.
Altre baracche, che sorgevano sparse ed isolate, ospitavano gli uffici postali in via Pedretti e forse anche gli uffici comunali. La pretura era alla Porte di sotto, dove adesso è la colonna in arenaria a ricordo dello stampatore Jacopo da Fivizzano. Questa sede fu poi destinata alla scuola di musica.
Sulla sinistra di via Roma, andando verso Nord, dove ora sorge la casa delle sorelle Brunelli, vi erano due costruzioni in legno fra le più belle. Una adibita a chiesa, l'altra a canonica. La baracca chiesa cominciò a funzionare regolarmente un paio d'anni dopo il terremoto, quando decisero di demolire la volta della chiesa parrocchiale pericolante e sostituirla con cassettoni di cemento armato. In questa chiesa ricevetti la mia prima Comunione. Fu un giorno bellissimo ed indimenticabile.
Nella provvisoria sede parrocchiale non fu trasferita l'immagine della Madonna di Reggio, molto amata e venerata da tutta la popolazione.
L’immagine fu posta in una sede ricavata nel palazzo del nobile Battini Rossi. Tale edificio, rimasto indenne dal terremoto, fu demolito per ragioni poco chiare qualche tempo dopo.

mercoledì 19 dicembre 2012

L'amico di Mussolini - incipit a confronto

Cari lettori, oggi voglio condividere con voi l'esperienza che ho fatto nell'iniziare il mio nuovo romanzo. Quindi parliamo di incipit. Non intendo annoiarvi con una trattazione sull'argomento (però: qual'è il vostro incipit preferito?) ma solo mettere a confronto la prima stesura con quella che, al momento, ritengo definitiva.
Mi piacerebbe avere qualche vostra osservazione in merito. Grazie!


PRIMA STESURA


L’ingegnere Valerio Morandi era infastidito dai modi dell’ufficiale cui si era rivolto. Eppure gli aveva posto una semplice richiesta: voleva vedere il Duce.
L’altro lo aveva squadrato a lungo prima di sibilare  “Motivo?”
“Una visita di cortesia” aveva risposto, cercando di essere conciliante. E gli aveva allungato il cartoncino dove stava, vergato con eleganza, il suo nome.
L’ufficiale aveva guardato con disprezzo il biglietto da visita, senza muovere un muscolo. Si era molleggiato per un attimo sulle gambe, forse per attirare l'attenzione sull’impeccabile lucidità degli stivali, poi l’aveva bruscamente liquidato. “Il Duce non può essere disturbato, da nessuno. Men che meno per visite di cortesia. Se ne vada!”
L'ingegnere ebbe un’esitazione; avrebbe voluto replicare seccamente, ma poi si era trattenuto per il timore che la sua naturale avversione per i militari lo portasse a eccedere. Restò per un attimo rigido, guardando l'altro negli occhi, poi batté in ritirata.

SECONDA STESURA

“Motivo?”
La domanda risuonò secca come un colpo di moschetto.
L’ingegnere Valerio Morandi cercò di non farsi intimidire dai modi arroganti dell’ufficiale di guardia. Restò impettito davanti a lui, fissandolo diritto negli occhi. Aveva modulato la sua richiesta con tutta l’autorevolezza di cui era capace, in modo che si capisse che non era dettata da un capriccio. E ora non era disposto a cedere di un millimetro.
“Una visita di cortesia” disse mentre estraeva con gesto sicuro un cartoncino dalla tasca della giacca dove, vergato con eleganza, c’era il suo nome. Allungò la mano per piazzarlo proprio sotto gli occhi del militare.
Questi non fece un solo gesto per prenderlo. Non lo degnò nemmeno di un’occhiata. Tutta la sua attenzione era rivolta a lui. Mentre lo scrutava, con l’accanimento che normalmente si pensava che si dovesse avere con i banditi, iniziò a dondolarsi sulle gambe. Forse voleva attirare l’attenzione sugli stivali lucidati in maniera impeccabile. Lo studiava e intanto usava la divisa come un’arma per intimidirlo.
Il Morandi cominciava ad irritarsi. Tutti uguali, i militari! Incapaci di comprendere le situazioni, di valutare i fatti con la dovuta elasticità. Regolamento e disciplina. Disprezzo per i civili. Tutte cose che conosceva alla perfezione. La sua mano fece per muoversi per andare a sfiorare il bottone nero che teneva appuntato sul risvolto della giacca, ma riuscì a dominarsi. Guardava a sua volta l’interlocutore senza dar a vedere di esserne intimorito.
L’ufficiale continuò per un po’ a scandagliarlo, poi si mosse di colpo per andare alla scrivania dove era seduto l’attendente. Allungò una mano e questi gli porse immediatamente una cartellina, che studiò con un’attenzione esasperata. Alla fine restituì l’incartamento al subordinato e tornò senza fretta da lui.
“Il Capo del Governo non può essere disturbato. Per nessun motivo! Tanto meno – e qui scandì le parole ad una ad una – per una visita di cortesia”. Fece una piccola pausa e poi sibilò “E ora se ne vada!”
L’ingegnere ebbe un motto di esitazione.  Era tentato di ribattere ma la paura di eccedere a causa della sua naturale avversione per i militari, lo convinse a desistere. Sostenne lo sguardo sprezzante dell’altro fino a quando ritenne che fosse abbastanza. Quindi gli girò le spalle, allontanandosi.

sabato 15 dicembre 2012

L'amico di Mussolini - La stazione Termini

Voglio condividere con voi quello che sto imparando nel documentarmi per il romanzo che ho iniziato a scrivere. Oggi parliamo della stazione Termini.

La storia delle ferrovie a Roma nasce di fatto con l'elezione di Pio IX. Il suo predecessore Gregorio XVI, infatti, era un feroce avversario di certe modernità, arrivando a negare il suo appoggio alla realizzazione di un collegamento fra Bologna e Ancona caldeggiato anche da Gioacchino Rossini.
Bisogna comunque dire che, il frazionamento politico del nostro Paese, abbinato ad un'economia ancora arretrata rispetto, ad esempio, a quella inglese e francese, frenava lo sviluppo organico delle idee ferroviarie e si dovette attendere la congiunzione di alcune variabili favorevoli perché sparse e spesso velleitarie iniziative fossero convogliate verso un unico progetto.
Il nuovo papa si fece promotore dei collegamenti della città eterna con le realtà circostanti. Nacque quindi l'esigenza di costruire una stazione per la gestione del traffico ferroviario della città eterna.
Nel 1867 l'architetto Salvatore Bianchi costruì la Stazione Termini nella zona dell'Esquilino, dove all'epoca c'erano solo vigne e campi coltivati.
La Stazione Termini alla fine dell'800
Subito essa fu oggetto di critiche per le dimensioni ritenute eccessive per una città di solo 180.000 abitanti. In realtà essa risultò presto insufficiente a smaltire il traffico della città, che nel frattempo era diventata Capitale.

Fra ampliamenti e progetti (uno dei quali prevedeva una stazione sotterranea) si arrivò al primo dopoguerra quando l'architetto Angiolo Mazzoni presentò un progetto che prevedeva un'enorme atrio concepito non come filtro tra stazione e città, bensì come "imponente porta del tempio". L'approvazione definitiva del progetto, il 3 febbraio 1939 portò quindi alla costruzione di un avancorpo monumentale con un porticato imponente e un atrio di 12 mila mq. completamente vuoto, con l'unico scopo della suggestione, relegando nei corpi laterali tutti i servizi per il viaggio, sì da pregiudicare l'efficienza dell'esercizio ferroviario e le comodità per il pubblico. 
Una curiosa caratteristica del progetto "Mazzoniano" fu l'intento di rappresentare la Nazione con i marmi pregiati: per i rivestimenti delle pareti e dei pavimenti furono scelti preziosi marmi tipici italiani. 

Lo scoppio della guerra ed altri fattori bloccarono i lavori, che ripresero solo nel 1947 con un nuovo concorso indetto per completare l'opera. Caratteristiche dominanti del nuovo progetto dovevano essere forme chiare, trasparenti e funzionali, in armonia con quanto era già stato costruito e convivendo con gli 80 metri di mura con punte di 9 metri di altezza dell'Agger Servianus.

La stazione Termini come si presenta oggi
Si decise di articolare lo spazio in 4 fabbricati distinti ma insieme collegati alle due ali della stazione e a Piazza dei Cinquecento: il fabbricato frontale ("E"), l'atrio biglietteria, la galleria di testa e il ristorante esterno. Tutto il complesso si sviluppava su un'area di 14 mila mq.  I resti dell'Agger Servianus, adeguatamente valorizzati dal "Dinosauro", raffigurano idealmente la continuità tra l'antica e la moderna arte del costruire. 
Conclusi i lavori, la stazione Termini prese la forma che conosciamo oggi e venne inaugurata il 20 dicembre 1950 dall’allora Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. 

lunedì 5 novembre 2012

Auto-intervista su "L'amico di Mussolini"


Visto che nessuno pensa di farlo, mi intervisto da solo. Come Marzullo, mi faccio delle domande e mi do delle risposte. Siccome, però, bisogna rispettare un minimo di regole, ci sarà un me stesso che fungerà da intervistatore e si chiamerà, giustamente, Narciso.


Narciso: Come le è venuto in mente di scrivere questo romanzo?
Gianni: devo dire che non è tutta colpa mia. Una storia nasce sempre per caso.. É un po' come quando si cammina sulla sabbia, guardandosi distrattamente intorno senza pensare a nulla in particolare. A un certo punto qualcosa attira la nostra attenzione. In quel momento non sappiamo di cosa si tratti, potrebbe essere una statuetta etrusca oppure una lattina di birra. Potremmo ignorarla, ma il più delle volte ci avviciniamo e cominciamo a togliere la sabbia. Quasi sempre é proprio una volgare lattina, ma di tanto in tanto capita di trovare qualcosa di interessante, che vale la pena di approfondire. Anche questa volta é successo così.

Narciso:  e come si passa dalla prima idea alla decisione di farne un vero e proprio romanzo?
Gianni: ahimè non é una cosa che si possa decidere. Succede e basta. In questo caso, per esempio, avevo capito immediatamente che il progetto sarebbe stato molto ambizioso e difficile, avrebbe richiesto un mare di tempo e comportato rischi notevolissimi. Un romanzo storico non é cosa che si possa fare nei ritagli di tempo. E io di tempo per scrivere ne ho veramente poco. Ma la questione ha preteso il suo spazio nella mia mente e non c'é stato niente da fare. Mi sono ritrovato a fare le prime verifiche, per vedere se la storia poteva stare in piedi ...

Narciso: e...?
Gianni: e, cavolo, tutto si incastrava alla perfezione. Avevo pensato d'istinto di ambientarla nel 1935, così, senza aver cercato riscontri. Ebbene, tutti gli elementi di cui avevo bisogno si materializzavano a uno a uno esattamente come mi servivano. La storia era lì, pronta per essere scritta.

Narciso: quindi ha un piano preciso di lavorazione.
Gianni: assolutamente no. Un conto é lo schema di massima, dove ci sono gli elementi di fondo, un altro é lo sviluppo dell'azione, i caratteri e i personaggi. Quelli hanno vita propria. Si parte con un'idea e, strada facendo, la questione prende una direzione diversa. Le faccio un esempio: per dare spessore al personaggio principale, che é un ingegnere ferroviario, mi sono documentato sulle ferrovie dell'epoca; ho così scoperto che la Direttissima fra Bologna e Firenze era stata appena inaugurata. Ma la cosa straordinaria è quando ho scoperto che esiste una stazione, sì una vera e propria stazione all'interno della galleria dell'Appennino. Quasi a metà dei 18.500 metri della galleria c'è la Stazione detta delle Precedenze, con tanto di binari di servizio. Una scoperta troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Così, il romanzo appena iniziato prenderà una piega inaspettata e la Stazione di Precedenze avrà un ruolo di primo piano.

Narciso: ci incuriosisce. Ci può dire di più?
Gianni: Eh no! Un po’ di pazienza, perbacco!

sabato 27 ottobre 2012

Un nuovo progetto: "L'amico di Mussolini"

Bene! Oggi decido di rendere noto un progetto nato da qualche giorno e che sta prendendo sempre più consistenza nella mia testa: un romanzo "storico".
Non vi dirò, qui ed ora, quale sia lo scopo che mi prefiggo nel farlo, anche perchè ho ormai imparato che spesso tali imprese prendono strada facendo delle direzioni imprevedibili.



Vi posso però dire la trama, che è semplicissima: siamo nel 1935 e un ingegnere bolognese, compagno di scuola del duce, lo va a trovare a Roma. Mussolini è felice di questa visita ed approfitta dell'occasione per prendersi un paio di giorni di libertà dalle faticose incombenze del potere. In incognito visitano alcuni luoghi della città che sta rapidamente cambiando volto proprio per la spinta "rinnovatrice" del fascismo.

Qui mi fermo. Cosa succederà e quali chiavi di lettura sono tutte cose da scoprire.

Intanto però una cosa è certa: un romanzo storico richiede una grande opera di documentazione. Per prima cosa ho cominciato dalle ferrovie. Il mio personaggio è un ingegnere ferroviario che scende a Roma da Bologna in treno. Quindi l'occasione è ghiotta per una carrellata sulla storia delle nostre ferrovie.

La scelta dell'anno in cui ambientare la storia si sta rivelando felicissima. Perchè se è vero che le principali linee ferroviarie sono state costruite nel corso dell'800, la "Direttissima" Bologna - Firenze era stata inaugurata solo nel 1928. Quindi il mio ingegnere aveva potuto partecipare alla sua realizzazione.

Nella decisione di fare un romanzo storico ha pesato la convinzione che scavando nella materia sarebbero saltate fuori storie interessanti. Infatti ecco qua che subito ne ho una ghiottissima.

LA STAZIONE DELLE PRECEDENZE

La costruzione della Direttissima dovette superare enormi difficoltà tecniche, fra le quali la realizzazione della seconda galleria più lunga del mondo (la prima essendo quella del Sempione). Per lo scavo di 18.032 metri si dovettero approntare due cantieri ai rispettivi imbocchi di Vernio e di Lagaro ed un terzo in località Cà di Landino, vicino a Castiglione dè Pepoli. Un tunnel inclinato di 50 gradi scendeva fino al livello della galleria, con una scala di 1856 gradini.
Ebbene, nel punto in cui il tunnel fu costruita una stazione sotterranea, che è rimasta attiva fino agli anni '60, la "Stazione delle Precedenze". Eccone una descrizione tratta da http://www.forum-duegieditrice.com/viewtopic.php?t=9299


Così, al km. 46+848 sorse il posto di movimento di “Precedenze”, il cui nome esplica già la sua funzione. Gli uffici degli addetti al movimento, il posto di blocco e un’officina si trovano in un camerone lungo 153,96 metri. La galleria ha in questo punto una luce di 16,97 mt. ed un’altezza di 9 mt.
Di qui prosegue, su ambo i lati, la galleria principale a doppio binario; accanto ad essa, su ogni lato vi è un’altra galleria in curva con il binario di precedenza, che i ferrovieri chiamano ironicamente “la banana”. Lunghi entrambi 448,33 mt., questi due tronchi di galleria a semplice binario confluiscono nella linea principale in due altri cameroni più piccoli che sono illuminati al pari di quello maggiore. Nelle gallerie di servizio sono state smontate le funicolari, ma esiste sempre la possibilità di raggiungere l’esterno presso Cà di Landino: una scala di 1.863 gradini sale attraverso una delle gallerie. Una vera scalata! Purtroppo si cammina in un ambiente scarsamente illuminato, ma una volta l’anno, per pochi attimi e naturalmente con cielo sereno, i raggi del sole attraversano il pozzo, riuscendo a far luccicare le rotaie! E’ interessante notare come questa stazione sia solo un posto di blocco e quindi non compaia nell’orario ufficiale; nonostante ciò alcuni treni locali sostano ugualmente per permettere agli abitanti di Cà di Landino un originale ritorno a casa. Dalla metà degli anni Sessanta “Precedenze” è impresenziata e telecomandata dalla stazione di San Benedetto.