Il posto della mente è una piccola oasi letteraria dove possiamo andare quando abbiamo bisogno di qualcosa di diverso. Di leggere, o scrivere storie. Storie inventate, come quelle che io, da principiante, sottopongo al vostro giudizio, oppure storie vere, piccoli "frammenti di vita" che scivolerebbero immediatamente nell'oblio se qualcuno di noi non li raccogliesse.

Frammenti di vita..................Racconti & Poesie..................Paco de Luna..................Pensieri sparsi..................CONTATTI

mercoledì 3 agosto 2011

Il terremoto di Messina (come sarebbe stato se ...)

Il terremoto di Messina del 1908 provocò quasi 120.000 morti e la distruzione completa della città siciliana e in parte di Reggio Calabria.
Ecco come la notizia sarebbe stata data dal giornale radio, se allora ci fossero stati Minzolini & c.:




Dal GR1 del 28 dicembre 1908:
"Gentili ascoltatori, una buona giornata a tutti dalla redazione del GR1! Le notizie:
Questa notte una forte scossa di terremoto è stata avvertita nella zona di Messina. Si registrano danni agli edifici e delle vittime. La Protezione Civile è già all'opera per prestare i necessari soccorsi alla popolazione. Il dr Bertolaso ha dichiarato che, comunque, oltre il 98,5% degli edifici dell'isola ha resistito al terremoto, dimostrando la complessiva sicurezza delle abitazioni siciliane.
Il Governo ha già attivato un piano per il completo recupero dell'area colpita. Il Ministro per il Turismo Brambilla ha assicurato il suo sostegno ad una campagna pubblicitaria volta ad incrementare il turismo nella zona.
L'opposizione si è dichiarata insoddisfatta ed ha chiesto le dimissioni del Governo.

Ed ora parliamo di moda. Una nuova stilista si sta mettendo in luce nelle sfilate di Parigi.... 

COMMENTO
Mi capita di stare tanto in macchina e quindi di ascoltare spesso il giornale radio. Non c'è alcuna differenza fra GR1, GR2 e GR3. Le notizie sono date esattamente allo stesso modo. A forza di sentirli ho individuato una modalità costante, un metodo per non traumatizzare l'ascoltatore, per anestetizzarlo, inibirne il senso critico, evitargli la possibiltà di comprendere pienamente le cose, distrarlo. Pur non avendo alcuna competenza in fatto di comunicazione, mi sembra di aver capito che la cosa funzione secondo una scaletta ben precisa:
1. si da la notizia nuda e cruda, senza enfasi ed in modo apparentemente neutrale
2. si rimarca con forza che la situazione è sotto controllo e che il Governo e gli organismi che devono intervenire stanno facendo egregiamente il loro dovere
3. il fatto specifico si colloca comunque in un quadro strutturale solido e ben governato
4. l'opposizione protesta a prescindere (è molto importante non far capire perchè protesta!)
5. non ci sono solo notizie cattive (l'ottimismo vince sempre!)

La polpetta è cotta e pronta per essere mangiata. E tu che fai? T'abbuffi?

sabato 30 luglio 2011

Paco de Luna - Terzo quadro [gianbarly] La corda spezzata 2 (bozza)


Camminavo svogliatamente verso la tele. Un senso di frustrazione mi era entrato fin dentro le ossa, svuotandomi di ogni energia. Ero arrabbiato con me stesso, ma non avevo la forza di tramutare la rabbia in qualcosa di positivo. Non riuscivo a far altro che rimuginare sulla mia incapacità di portare avanti lucidamente qualsiasi cosa. Vedevo la vita che scorreva intorno a me come qualcosa di troppo complesso per le mie scarse capacità di comprensione. Avevo come l‘impressione di muovermi al rallentatore in una rappresentazione dove gli altri correvano velocissimi. Ero perennemente indietro, a rincorrere gli avvenimenti. Non c’era verso: quando ero convinto di avere in mano la situazione e di poter dire la mia, di poter influire sul corso degli avvenimenti, mi accorgevo che nel frattempo le cose erano andate avanti senza di me. Mi sentivo stupido. Così mi aveva definito Paco e aveva ragione. Lui sì che era al passo con la realtà, che sapeva cavalcarla, dirigerla a suo piacimento.Senza che nessuno glielo dicesse aveva compreso perfettamente le mie intenzioni, le aveva anticipate e sepolte per sempre con poche parole.

lunedì 25 luglio 2011

Paco de Luna - Terzo quadro [gianbarly] La corda spezzata 1(bozza)


Mi recavo a fare la nuova intervista a Paco spinto da un grande entusiasmo. Avevo ancora dentro di me le tracce dell’intensa emozione provata la notte precedente.  Lourdes aveva ragione: il suo uomo era un genio. Era capace come nessun altro di usare la musica per arrivare diritto al cuore. Possedeva la capacità rara di toccare le corde più nascoste dell’animo di chi lo stava ad ascoltare. Non mi spiegavo perché continuasse ancora a suonare in quel locale anonimo, invece di puntare a contratti più vantaggiosi, in grado di proiettarlo, nel giro di un stagione, sulla ribalta nazionale e forse anche internazionale.

giovedì 21 luglio 2011

Ritorno a "Paco de Luna"

Caetano Veloso
Questa è sicuramente una buona notizia per me stesso. Dopo quasi dieci mesi di totale abbandono, ho ripreso in mano il progetto del mio primo romanzo, "Paco de Luna".
E' successo, semplicemente, che mi sono ritrovato a leggere le parti che avevo scritto l'anno scorso. A distanza di tempo era quasi come leggere roba di un altro. Quello che ho letto mi è piaciuto e, di colpo, ho avuto chiaro in mente tutto l'intreccio della trama. Ora so che sarà un'opera (!) in cinque quadri e che sono in grado di completarla nel giro di sei-sette mesi. In questi giorni ho finito il secondo quadro, chiudendo il pezzo che ho chiamato "Strip-tease" e ho messo mano al primo episodio del terzo quadro. Lo pubblicherò a breve.

Faccio un appello ai miei scarsi lettori: leggetene almeno qualche pezzo e mandatemi il vostro giudizio. Per me sarà un contributo prezioso, una guida ed un incoraggiamento per completare il lavoro. Cliccando qui andate al primo capitolo.

venerdì 24 giugno 2011

Tu dov'eri? (Srebenica)

Sì, tu dov’eri nel ’95? Ora che l’hanno preso, che tutti i giornali ne parlano, questa domanda mi rimbomba ancora una volta nel cervello. Cosa facevi? A cosa pensavi?
Com’era la mia vita in quei giorni di un luglio ormai distante? Debbo fare uno sforzo per ricordare, aggrapparmi ai numeri, per cercare di ritrovare il filo dei ricordi. All’epoca avevo, per forza, 41 anni. Quindi i miei figli erano ancora bambini, uno di otto e l’altra di sei anni. Le fotografie aiutano la scarsa memoria. Di lì a poche settimane saremmo andati all’Elba, in campeggio, per le vacanze. Belle vacanze, con i rari disagi stemperati dal ricordo. “Papà, sei l’eroe dei fumetti!” mi avevano detto il giorno del temporale, quando ero riuscito a salvare la nostra tenda dalla furia della tempesta.

Fra foto e frammenti di ricordi emergono gite in canotto, passeggiate serali a Capoliveri con loro che, immancabilmente, si addormentavano durante il breve tragitto in macchina fino al campeggio e noi dovevamo poi caricarceli in spalla e posarli delicatamente nei loro sacchi a pelo cercando di non svegliarli. Avevamo una tenda grande, a casetta. Per noi era e resterà sempre “la tenda di Gheddafi”. La chiamavamo così. Mezza giornata per montarla e altrettanto per tirarla giù e compiere il miracolo di rinfilarla nei tre sacchi da cui era uscita. Una fatica improba, resa ancor più dura dalla necessità di arginare l’entusiasmo dei bambini. Che inevitabilmente veniva meno proprio nell’unico momento in cui servivano davvero: quando dovevamo reggere ognuno un montante per infilarci sotto i pali di sostegno. La tenda di Gheddafi ci ripagava però dandoci un sacco di spazio: due comode stanze, il cucinino, il soggiorno e anche un armadio di tela per i vestiti. Lì dentro facemmo quell’estate una delle foto più belle, ai bambini. Ci sono loro, in pigiama, seduti sulla soglia della loro stanza, sopra i materassini ed i sacchi a pelo, che leggono insieme un libro di fumetti. Lui con l’aria seria di chi si sente grande, perché in grado di leggere più velocemente della sorella, lei compresa nello sforzo di dimostrarsi all’altezza, ma anche fiera di avere un fratello così. Una delle poche volte, in realtà. Nei loro rapporti prevalgono ancora oggi i litigi e le male parole.
Erano anni dedicati a noi, come famiglia. A crescere i figli e a lavorare, con davvero poco tempo per pensare al fuori. Le notizie le leggevamo sul giornale o le sentivamo alla radio, ma non avevamo il tempo, la forza, di viverle. Era come se registrassimo diligentemente tutto quello che succedeva (perché abbiamo sempre avuto la voglia di informarci) ma senza che questo riuscisse a bucare il velo dell’impellenza dei bisogni quotidiani.

E allora quando ho sentito di Mladic, mi sono fatto un’altra volta quella domanda: dov’ero nei giorni di Srebenica? Se qualcuno, un giorno, (uno dei figli, per esempio) mi lanciasse addosso quella domanda, come un’accusa, anzi, come una sentenza, cosa potrei rispondere? Che ero troppo impegnato ad allevare loro? Che, comunque, non avrei potuto farci niente, fariseo fra i farisei? No, penso che non avrei il coraggio di rispondere. Chinerei il capo, con il cuore colmo di amarezza.
Il senso di colpa mi spinge però a fare l’unica cosa che posso, ora, per porre un sia pur fragile rimedio: parlarne. Parlare ancora e ripetutamente di allora, nella speranza di far capire a chi non c’era o a quelli che, come me, non hanno capito subito, non hanno visto o hanno voltato il capo dall’altra parte.
Per parlarne bisogna però partire dal senso delle parole. Il linguaggio è maledettamente importante, bisogna usarlo bene. Le parole hanno un senso al di là anche delle nostre intenzioni. Mi accorgo di aver detto all’inizio “quando l’hanno preso”. Che brutta espressione. Non si “prende” un essere umano. Sa di branco che fiuta la preda e che la incalza, reso frenetico dall’idea di banchettare con le sue viscere fumanti.
Mladic non è stato preso, è stato arrestato, dopo anni di latitanza, per le sue azioni durante le guerre jugoslave. Per spiegare queste “azioni” potrei usare i soliti termini che trovate a tonnellate sui giornali: massacri, eccidi, crimini di guerra. Sassi consumati dal troppo uso, che non trasmettono più il messaggio che hanno dentro. Bisogna cercare altre parole, altri mezzi per dire cosa è stata Srebenica. Per cercare di capire come, nell’illogica classifica dell’orrore, abbia raggiunto la cima. Il perché essa non ricada unicamente su chi ne è stato il responsabile materiale, ma su tutti noi, soprattutto su noi occidentali.
Come si fa a ricostruire in poche frasi il clima di quei tempi, in quei posti. Parlare di una situazione straordinariamente complessa, dove il bene ed il male si mescolano in un viluppo inestricabile. Dove le azioni sono (anche) conseguenza di fatti vecchi di quasi mille anni, che trovano però nuova linfa da concretissimi fatti attuali. Fatevi un giro, se lo stomaco vi regge, nei siti Internet che parlano di Srebenica, soprattutto quelli slavi. Vi farete un’idea, non dei fatti, ma della distanza immensa che ancora divide la visione dell’uno da quella dell’altro (potete partire da qui e seguire i link delle note a piè pagina).
Eppure le cose non sembravano tanto complicate. Da anni la regione era devastata da una serie di guerre che, al fondo, hanno l’odio fra le varie etnie che vivono, imbricate fra loro, nella regione. Dopo lunghe, pavide esitazioni, l’ONU aveva deciso di schierare i suoi Caschi Blu per dividere i contendenti e proteggere la popolazione civile dalle abituali violenze con cui si consumava ogni pur modesta conquista di territorio. Per questo aveva creato intorno a Srebenica una “zona franca”.
Pensate per un attimo di essere là, in mezzo ad una guerra dove non c’è divisione fisica con i nemici, perché un villaggio è con i serbi e quello vicino con i bosniaci e voi siete serbo in quello bosniaco oppure bosniaco in quello serbo. Se siete un uomo dovete essere eliminato, in quanto soldato avversario. Se donna, sarete fecondata a forza con il loro seme, in modo da far prevalere la loro razza. Se bambino, sarete solo un giocattolo in balia del loro capriccio, che non deve, in ogni caso, poter diventare adulto e potersi quindi vendicare, un giorno.
Ecco, pensate a questa situazione ed all’arrivo dei Caschi Blu. Pensate alla zona franca. Un posto ben presidiato, con grandi soldati equipaggiati a dovere, che sono lì per proteggervi. Anche voi avreste raccolto le poche cose che siete in grado di trasportare e vi sareste messi in viaggio. Assieme alle decine, centinaia poi migliaia di persone che si sono riversate a Srebenica nei primi mesi del 95. Alla fine erano decine di migliaia, accampate precariamente, ma al sicuro.

Intanto io e mia moglie avevamo appena superato le montagne russe della gioia e del dolore. All’inizio dell’anno, inaspettata, era spuntata un’ipotesi di terzo figlio. Prima un piccolo ritardo, poi il test a fugare ogni dubbio. Dentro di noi i sentimenti che si mettevano in moto tumultuosamente, i problemi pratici, bisogna che troviamo subito una casa più grande, ce la faremo con i soldi?, ce la farà tua madre a darci ancora una mano? Però il tutto era reso semplice dalla gioia immensa di un’altra vita in arrivo. Poi, quando nella nostra testa si era formato saldamente uno spazio per il nuovo venuto, ecco la sensazione di qualcosa che non va nella direzione solita. Le parole del medico, la conferma dell’ecografia. Il monitor ci mostra un’immagine chiara ed impietosa. Un grumo secco attaccato ad un picciolo, come quelle ciliegie che, a volte, non riescono a maturare e stanno lì, una piccola massa avvizzita, in attesa di cadere dall’albero. L’ospedale, il raschiamento ed un’emorragia che avrebbe potuto portarmi via anche lei. Momenti difficili, ma avevamo gli altri due e tante cose da fare insieme.

A Srebenica, in quei giorni, nulla era come sembrava. Forse i profughi non erano solo profughi, forse quelli che davano loro la caccia erano, ufficialmente, forze di polizia preposte alla protezione della popolazione, forse gli occidentali salvatori non avevano capito un’acca di tutta quella situazione e poi erano molto più interessati a quello che si diceva nei rispettivi paesi piuttosto che a quanto poteva succedere lì.
E’ stato così che è potuto accadere. E’ stato così che i soldati di Mladic hanno capito di poter osare e si sono presentati a Srebenica. E’ stato così che il comandante olandese del contingente si è fatto riprendere in un video a chiacchierare amabilmente con Mladic e brindare con lui, mentre i soldati serbi procedono alla separazione dei profughi mussulmani, da una parte gli uomini e dall’altra le donne.
E voi lì, guardate attoniti i vostri angeli custodi che fanno entrare gli aguzzini, che li aiutano, fino a dargli il carburante per i camion che vi debbono portare via. Li guardate senza riuscire a capire il perché. Voi lo sapete, voi avete occhi per vedere, voi non credete per un istante alla debole scusa accampata “li portiamo in posti più sicuri che qui non si possono tenere al sicuro così in tanti”. Vi chiedete come è possibile, siete annientati dal tradimento che si consuma sulla vostra carne, che vi strappa per sempre le persone che amate, che si porta via la vostra stessa vita.
A Srebenica si consuma la più grande vergogna del nostro Occidente opulento e distratto. Quei giorni di luglio del 1995 si sono portati via il nostro onore, la nostra dignità di esseri umani, la nostra capacità di indicare agli altri la via della democrazia, della convivenza. Leggere gli atti che cercano di spiegare il perché del mancato intervento dell’ONU, frugare fra i ritardi, la scarsa conoscenza dei luoghi, le indecisioni che hanno portato a questo, mi fa orrore. Ma bisogna avere la forza di non fermarsi, di continuare a frugare. Ecco allora la scarna cronaca che potete trovare oggi su Wikpedia: “Durante i fatti di Srebrenica, i 600 caschi blu dell'ONU, le tre compagnie olandesi Dutchbat I, II e III, non intervennero: motivi e circostanze non sono ancora stati del tutto chiariti. La posizione ufficiale è che le truppe ONU fossero scarsamente armate e non potessero far fronte da sole alle forze di Mladić. Si sostiene, inoltre, che le vie di comunicazione tra Srebenica, Sarajevo e Zagabria non fossero ottimali, causando ritardi e intoppi nelle decisioni. Quando i serbi si avvicinarono all'enclave di Srebrenica, il colonnello Karremans diede l'allarme e chiese un intervento aereo di supporto il 6 e l'8 luglio 1995, oltre ad altre due volte nel fatidico 11 luglio. Le prime due volte il generale Nicolaï a Sarajevo rifiutò di inoltrare la richiesta al generale Janvier nel quartier generale dell'ONU a Zagabria perché le richieste non erano conformi agli accordi sulle richieste di intervento aereo. Non si trattava ancora, infatti, di atti di guerra con battaglie a fuoco. L'11 luglio, quando i carri armati serbi erano penetrati nella città, Nicolaï inoltrò la domanda di rinforzi a Janvier, che inizialmente rifiutò. La seconda richiesta dell'11 luglio fu onorata ma gli aerei (F-16) che stavano già circolando da ore in attesa dell'ordine di attaccare avevano nel frattempo ricevuto ordine di tornare alle loro basi in Italia per potersi rifornire di carburante. Alla fine, solo due F-16 olandesi procedettero ad un attacco aereo, praticamente senza alcun effetto. Un gruppo di aerei americani apparentemente non fu in grado di trovare la strada”.
Più di ottomila persone hanno pagato con la vita questa nostra inettitudine. Tutte le altre, i sopravissuti, ne porteranno per sempre il marchio nella testa e nelle viscere.
Ed ancora una volta mi chiedo “Tu dov’eri?”. Se le decisioni dei comandanti dei Caschi Blu erano (e sono ancora oggi negli altri posti dove si continua fare la guerra) orientate dagli umori dell’opinione pubblica dei rispettivi paesi, come posso pensare di essere innocente, di non aver colpe, di poter continuare la mia vita come se niente fosse. Una scrollata di spalle e via. Tanto sono cose lontane e quelle poi non sono persone, sono come delle bestie.

sabato 11 giugno 2011

Siamo meglio di Haiti!

In questi giorni ha fatto clamore la nuova copertina dell'Economist dedicata al nostro Presidente del Consiglio. Si è, natualmente,scatenata la solita gazzarra. Denigratori e difensori del Cavaliere si sono affrontati nella consueta cacofonia che tutto annacqua. E nella caciara si è persa l'unica informazione vera, quella che ci mette davanti a noi stessi, alle nostre responsabilità come paese e come singoli.

E' contenuta nello speciale dedicato all'Italia (che potete consultare cliccando qui). La riporto in originale:


Between 2000 and 2010 Italy’s average growth, measured by GDP at constant prices, was just 0.25% a year. Of all the countries in the world, only Haiti and Zimbabwe did worse.

Tradotto suona più o meno così: "Fra il 2000 e il 2010 la crescita media dell'Italia, misurata come prodotto interno lordo (PIL) a prezzi costanti, è stata appena dello 0,25% per anno. Di tutti i paesi del mondo solo Haiti e Zimbawe hanno fatto peggio".

Questo è lo specchio in cui dobbiamo avere il coraggio di guardarci.

sabato 28 maggio 2011

IL LINGUAGGIO DELLA SCRITTORE (poche idee e un po' confuse)

Donna che scrive - J. Vermeer
Comincio qui una mia nuova digressione sulla scrittura, sempre partendo da una sollecitazione esterna. Questa volta è Medina che mi scrive una mail accorata, che sintetizzo così:

“Ho pensato che il mio modo di scrivere è arcaico e stucchevole, soprattutto nei flashback dove c’è più realtà che fantasia. A me piace, ma forse dovrei vivacizzarlo un po’? Capisci l’importanza di pezzi ‘freschi’ un po’ più corposi? Probabilmente lo stile che piace ai ‘Young-adult’ (target di mercato editoriale) è un altro.”
Qual è, quindi, il linguaggio giusto?
Partirò dicendo che è giusto un linguaggio adeguato allo scopo che ci si prefigge. Se si pensa ad un preciso segmento di lettori - gli young adult, ad esempio – è evidente che si debba utilizzare uno stile di scrittura, un linguaggio che risulti riconoscibile, che sia vicino alle aspettative di quello specifico gruppo. Se lo scopo è il successo, un successo ampio, enorme, mondiale, come quello della Rowling, saremo costretti ad usare un linguaggio alla portata di tutti, non particolarmente settario.

Lo scopo è importante. Sia a livello generale, che per la singola opera. Giusto per chiarire il concetto, quando cito il livello generale, parlerò un po’ di me stesso. Io ho cominciato a scrivere circa un anno e mezzo fa. La mia si può definire una vocazione tardiva, nata per un’esigenza interiore, per avere uno spazio mentale tutto mio. Non per pubblicare o per puntare al successo. Tuttavia, ho avuto in mente da subito un mio obiettivo, smisuratamente ambizioso. Quello di trovare un linguaggio adeguato ai tempi che stiamo vivendo. Tempi di grandi cambiamenti, probabilmente molto più grandi e profondi di quello che ci appare. I nuovi mezzi (Internet, Wikipedia, Facebook ecc…), la globalizzazione (e tutto ciò che ruota intorno a questo) stanno cambiando l’uomo. Il suo modo di pensare, di vedere la realtà, i suoi valori ed obiettivi, le regole del gioco. Tutto cambia in fretta e noi oggi non abbiamo occhi per vederlo. In questo l’arte, tutte le arti, sono terribilmente indietro. La musica, che normalmente è la prima a cogliere il nuovo, è ferma a quarant’anni fa. Non parliamo del resto. Ecco, il mio sogno è quello di trovare un linguaggio che sia in grado di svelare queste novità. Medina, che conosce il mio stile di scrittura, può ben valutare quanto questa ambizione sia abissalmente distante dall’essere realizzata. Perciò sento che la mia scrittura è antica e inadeguata. Ma non smetto di sperimentare approcci differenti, anche se so che non raggiungerò mai l’obiettivo.

Il linguaggio è il modo con cui si trasmette il messaggio e le emozioni che si vogliono suscitare. Per cui diventa terribilmente importante. Basta pensare al Bob Dylan degli inizi degli anni ’60 come risultava “giusto”, soprattutto se paragonato alla musica ufficiale che passava alla radio ed in TV nell’Italia di quegli anni. O cercare di immaginarsi come sarebbe stonato l’utilizzo del linguaggio (pur sublime!) di Guy de Moupassant in un racconto di oggi. I linguaggi si consumano e si rinnovano, come tutte le cose. Non esistono modelli, né si possono confezionare ricette. La magia dello scrittore (quello vero, ahimè!) sta proprio nel trovare il linguaggio che è in grado di trasportare l’idea dentro il cervello e dentro la carne del lettore.
E allora, quali caratteristiche deve avere lo stile narrativo? Per spiegarlo ricorrerò ancora a quel fondamentale libretto che è “Lettere a un aspirante romanziere” di Mario Vargas Llosa. Dice l’autore che uno scritto è buono se ha un forte potere di persuasione. Perché lo stile della scrittura deve portare il lettore ad uno stato di sospensione (più o meno profondo) che gli consenta di vedere come reali i fatti che gli vengono narrati, anche se assolutamente fantastici. Solo se si crea questa magia si ha una vera opera di finzione. E’ questo stato di sospensione (che tutti noi abbiano provato leggendo qualcosa che ci piaceva) che fa passare le emozioni. “L’efficacia della scrittura romanzesca dipende da due fattori: la sua coerenza interna e il suo carattere di necessità”. Come spiegarlo meglio! Llosa si dimostra uno scrittore formidabile anche quando parla di questioni che sarebbero aridamente tecniche (assieme a questo suo libro mi hanno regalato anche il “Ricettario di scrittura creativa” di Stefano Brugnolo e Giulio Mozzi. Ebbene, quest’ultimo l’ho trovato affatto interessante, nonostante sia ben documentato ed assolutamente completo. Ha lo stesso calore di un libretto di istruzioni). Ma torniamo a noi.
Due fattori, dicevamo. Il primo è quello che Llosa chiama la coerenza interna. Cioè uno stile di scrittura adeguato a quello che si vuole raccontare. Non possiamo usare lo stesso linguaggio in un racconto biografico e, mettiamo, in un thriller. In una delle due opere otterremo un fastidioso senso di inadeguatezza che annullerebbe immediatamente la forza di persuasione dello scritto.
Medina avrà certo capito che non ho fatto questo esempio per caso. Il fatto è che, nel pensare alla sua domanda e man mano che mi risultava chiaro quello che avrei dovuto scriverle in risposta, mi sono accorto (ahinoi!) di un problema. Gli scritti a cui lei si riferisce nella sua mail (“soprattutto nei flashback dove c’è più realtà che fantasia”) fanno parte di un romanzo giallo che stiamo scrivendo a più mani. Leggendoli separatamente dal resto, sono molto belli ed estremamente interessanti. Ho sempre avuto però anche un vago smarrimento, che solo ora comprendo. Questi pezzi sembrano scritti per un progetto diverso, forse un’autobiografia e portati di peso all’interno del giallo. Intendiamoci, con questo non voglio assolutamente stroncarli. Sono, ripeto, assolutamente validi ed hanno dato l’indirizzo complessivo alla narrazione. Ma mi permetto di suggerire a Medina di rivederne proprio il linguaggio in funzione dell’opera che li contiene.

Il secondo fattore è il carattere di necessità. Ovvero quella persuasione, che il lettore fa sua, che quelle cose non possano essere raccontate che in quel modo. Che ogni altro linguaggio toglierebbe loro qualcosa. C’è un libro che amo molto, “Anni di cani” di Gunter Grass. Un libro ponderoso, di oltre 500 pagine, critto con uno stile puntuto, aspro: “La catena è già tirata: la voce del cane. La voce di Tulla. La sega circolare addenta una bora lunga cinque metri. La rettificatrice tace ancora. Adesso anche lei. Adesso la fresa. Ventisette passi di distanza fino alla porta del cortile”. Non saprei davvero come si possa raccontare in un modo diverso quella storia sulle contraddizioni della coscienza tedesca negli anni difficili del dopoguerra.

Altro sublime esempio, più vicino a noi ci viene da Camilleri, che è capace di inventarsi una lingua per calarci dentro alle atmosfere sicule del suo Montalbano “La chiamò al cellulare, ma arrisultò astutato. Anzi, per la precisione, la voci registrata disse che la pirsona chiamata non era raggiungibile. E consigliava di riprovare doppo tanticchia. Ma come si fa a raggiungere l'irraggiungibile? Solo provando e riprovando doppo tanticchia? Al solito, quelli dei telefoni tiravano a praticare l'assurdo. Dicevano, per esempio: il numero da lei chiamato è inesistente… Ma come si permettevano un'affermazione accussì? Tutti i nummari che uno arrinnisciva a pensari erano esistenti. Se veniva a fagliari un nummaro, tutto il mondo si sarebbe precipitato nel caos. Se ne rendevano conto quelli dei telefoni, sì o no?”.
Questa abile costruzione lessicale ci da l’impressione di essere entrati nella testa di Montalbano, di seguire i suoi ragionamenti nello stato naturale in cui si svolgono. Questo è il suo carattere di necessità.

Come possiamo facilmente capire non esiste una ricetta a cui attenersi per dare questo carattere di necessità al nostro linguaggio. Scrivere è un’arte anche per questo motivo.