C’è un popolo che non fa ombre, che non produce rumori. E’ evanescente, sfugge a ogni definizione, non si riesce mai a vederlo distintamente. E’ il popolo dei Forse. Vive sulle coste, ma non si sa bene di quale Paese. In Libia, forse, o in Marocco. Qualcuno dice in Turchia, vallo a sapere. Di sicuro è un popolo numeroso, sono tantissimi, milioni forse, ma quanti esattamente non lo sapremo mai. Sono somali, sembra, oppure etiopi; siriani, pachistani, cingalesi, chi lo sa. Loro muoiono, a dieci, a cento, a mille per volta. Forse. Non è certo, non ci sono prove. Con loro gli zeri non hanno importanza. Non li possiamo contare perché la loro morte non produce cadaveri. Sono esseri schivi e preferiscono sparire nelle profondità del mare. E anche se il cadavere c’è, perché qualche volta, raramente, succede, se lasciano un corpo da analizzare, è senza documenti. Avrà vent’anni, no almeno trenta; da dove viene secondo te? Boh, forse è parente di quell’altro laggiù. La loro natura è eterea, non pesano sulla coscienza. Sono uno spezzone di film, un’immagine subliminale, buoni per un paio di frasi durante una conversazione. Non fanno del male. Eppure, anche se, forse, per la loro natura non sono pericolosi, bisogna che vi avverta: state attenti! Perché dietro questo aspetto dimesso, questa trasparenza che li rende quasi invisibili, nascondono un’insidia terribile. Si dice, ma non è sicuro, può benissimo trattarsi di chiacchere di marinaio, buone per spaventare qualche credulone, fatte con la complicità del buio e di un buon bicchiere di vino; si dice, comunque, e sono in tanti ad affermarlo fra quelli che hanno vissuto quell’esperienza, la voce quindi è degna di attenzione, bisogna insomma che ne teniamo conto e che prendiamo le giuste precauzioni per non incorrere sciaguratamente nello stesso problema! Quasi mi si incrina la voce a dirlo, ma mi devo fare coraggio, è troppo importante, tutti devono sapere. Si dice, infine, e io ci credo, che se avvicinati, a una distanza inferiore a quella solita, tale da poterci scambiare delle parole senza essere costretti a urlare, se ci si avvicina a loro quasi fino a sfiorarli, in modo da poter vedere i sussulti della loro pelle, da poter distinguere chiaramente la paura si loro volti; se si è così sciagurati da fare tutto ciò allora, forse, si dice che siano capaci di trasformarsi in esseri umani!
Il posto della mente è una piccola oasi letteraria dove possiamo andare quando abbiamo bisogno di qualcosa di diverso. Di leggere, o scrivere storie. Storie inventate, come quelle che io, da principiante, sottopongo al vostro giudizio, oppure storie vere, piccoli "frammenti di vita" che scivolerebbero immediatamente nell'oblio se qualcuno di noi non li raccogliesse.
Frammenti di vita..................Racconti & Poesie..................Paco de Luna..................Pensieri sparsi..................CONTATTI
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martedì 21 aprile 2015
venerdì 20 febbraio 2015
I piatti sporchi [gianbarly]
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| di Renato Carosone |
La Kiara gli gira intorno, senza parlare. E’ una vita che non fanno altro che gettarsi in faccia mozziconi di
parole. “Esco”, “Non sono a cena”, “Me l’hai lavata la roba?”. Tutto lì. Di fare un discorso, dare un’opinione,
anche solo chiedere “Come stai?” non se ne parla proprio. E non è solo perché lei è sfuggente come tutti i
ragazzi di sedici anni. E’ che un motivo per parlare con lei non ce l’ha. Da quando sua moglie l’ha piantato,
così su due piedi, senza nemmeno un rigo di spiegazione, lasciandogli per giunta la figlia, vivono ognuno la
propria vita, incrociandosi per via degli spazi, ma senza vedersi. E’ per questo che ora lei lo infastidisce, con
quel suo ronzare silenzioso. Poi, lui ha altri progetti per la serata, si vuol divertire un po’ con Marika, la sua
nuova compagna, senza nessuno fra i piedi. Perché Kiara non esce, come fa tutte le sere?
Anche lei vorrebbe prendere la porta e non pensarci più. Meno ha a che fare con lui e meglio sta. La sua
vita non è certo fra quelle mura. Ma ha bisogno di lui, stasera. Perciò frena l’istinto di scappare via e cerca
un pretesto per restare in quella stanza ancora un po’, in attesa di trovare il coraggio di parlare. Prova a
prendere un bicchiere dall’acquaio, ma è troppo sporco e lo rimette dov’era. Guarda la nuca del padre e
pensa a quanto gli fa schifo. Sì, schifo, come quelle troie che si porta a casa, senza nemmeno la decenza di
farlo quando lei non c’è. Che a lei dia noia sentirli ridacchiare o peggio, attraverso quelle pareti di carta
velina, non gliene frega niente. A lui non frega di lei, altrimenti non si comporterebbe così. Cosa gli costa
cercare di capire, almeno un pochino? Accorgersi, ogni tanto, che lei esiste. No, lui vive di spalle, per non
vedere. Se ci pensa, le monta una rabbia terribile.
“Sono incinta, cazzo!”
Lui, allora, fa per la prima volta una cosa incredibile. Si ferma. Smette di seguire i risultati della Bundesliga e
rimane immobile. Per un istante lunghissimo non succede assolutamente niente. Un miracolo, agli occhi di
Kiara, abituata a non suscitare nessun effetto con le sue parole. Poi lui si gira lentamente, posando lo
sguardo su ciò che ha intorno. Vede la polvere sulla mensola di cristallo, la macchia di bruciato sul tavolo, i
piatti alla deriva nell’acquaio. Si guarda i pantaloni della tuta e le mani. E la ragazza che ha davanti, che
sembra tornata improvvisamente bambina.
“Sono incinta” ripete lei a voce bassissima.
domenica 15 febbraio 2015
Il tappeto volante [gianbarly]
Ho le palpebre pesanti, di piombo.
Provo a passare la mano libera sul viso, mentre con l’altra reggo il volante. Scuoto
la testa, muovendola a destra e a sinistra, senza togliere gli occhi dalla
strada. Fuori è ormai notte. E piove. Una pioggia leggera, che lascia un velo
d’acqua sull’asfalto. Nella corsia di destra i TIR la sollevano in una nebulosa
di gocce piccolissime, che rifrangono ogni tipo di luce. Il rosso degli stop,
l’arancio delle frecce. Il bianco dei miei fari, che crea una specie di sipario
di fronte alla macchina, un telo opalescente che non posso scostare né
penetrare, indifferente al frenetico avanti e indietro delle spazzole sul
vetro. Che ondeggia pigramente secondo la quantità di acqua sollevata, ma non
scompare mai. Faccio fatica a vedere dove vado.
domenica 22 giugno 2014
Il bruttivendolo [gianbarly]
Nel Paese dei Belli la bruttezza
non è consentita. Tutti sono aggraziati. Hanno lineamenti fini, proporzionati;
il colore degli occhi in piacevole contrasto con quello dei capelli; la pelle
delicata e senza imperfezioni, il fisico tonico da veri sportivi. I bambini
hanno cascate di boccoli e denti bianchissimi, perfettamente allineati. Persino
i vecchi hanno i volti scolpiti, come statue dell'antichità, e folti capelli
argentati.
Non ci sono brutti nel Paese dei
Belli. Se capita che nasca un bambino men che bellissimo (e, a dire il vero, la
cosa succede piuttosto spesso, si potrebbe dire addirittura che sia quella la
norma, invece del contrario), se il nuovo arrivato presenta qualche deformità o
anche delle misure al di fuori dei rigidi parametri stabiliti, beh … se proprio
capita, per i genitori c’è una, e una sola, soluzione: il bruttivendolo.
Tutti sanno chi è e dove sta il
bruttivendolo e tutti, ma proprio tutti, hanno avuto a che fare con lui, una
volta o l’altra. Eppure nessuno lo nomina nei suoi discorsi o lo frequenta come
amico. Sembra quasi che, per qualche misteriosa ragione, provino una sorta di
vergogna nei suoi confronti e fino a quando non ne hanno bisogno se ne tengono
alla larga. Sarà forse per il suo aspetto: un vero mostro. Basso, tarchiato, il
naso adunco, le braccia corte con due mani spropositate; sembra fatto apposta
per mettere paura. Nessuno ha mai saputo dire come sia potuto capitare proprio
lì, nel paese dove la bellezza è un imperativo. Eppure c’è e svolge da tempo
immemorabile il suo triste compito. Vende i bambini brutti.
Ogni giorno c’è un papà che si
reca alla sua bottega con un fagottino in braccio; lui dà un’occhiata alla
merce, fa la sua offerta e il bambino passa rapidamente di mano. Il papà se ne
va sollevato, anche se in cuor suo avrebbe probabilmente preferito un guadagno
più consistente. Ma, tutti lo sanno, con il bruttivendolo non si mercanteggia:
la cifre è quella, prendere o lasciare; e siccome tornare a casa con il piccolo
mostro non è proprio possibile, bisogna accontentarsi di quello che dà.
Il lavoro non manca, al bruttivendolo.
Riceve i visitatori a tutte le ore del giorno e della notte. Ogni momento è
buono per acquistare un nuovo bambino, perchè le famiglie hanno una gran fretta
di liberarsi dell'incomodo.
Ma, direte voi, quei padri sono
davvero così ansiosi di separarsi dal loro figlio, anche se un po' bruttino ? E
le madri, cosa pensano in quei momenti?
Ve li immaginate piangenti, distrutte da un dolore troppo forte da
sopportare, vero? E' così che si comporta un genitore in ogni parte del mondo.
Sì, è così che si comporta
dappertutto. Ma non nel Paese dei Belli. Le madri non piangono nemmeno una
lacrima e i padri tornano a casa soppesando la sacca con i soldi guadagnati.
Soldi benedetti, che ne servono così tanti. Due cose sono essenziali per poter
viver bene nel Paese dei Belli : i soldi e la possibilità di esibire la propria
bellezza.
Ci sono feste tutti i giorni in quelle
contrade. E concorsi di bellezza, gare di stile, saggi di eleganza. Una
famiglia che non potesse esibire una prole dai lineamenti perfetti, sarebbe
destinata alla catastrofe in men che non si dica. Quindi a nessuno verrebbe in
mente di tenere con sè un figlio brutto. Per loro non è un figlio, ma un
fastidio di cui liberarsi il più presto possibile.
Quando una donna sta per partorire, i
parenti e gli amici si radunano nella sua casa, in attesa del lieto evento. Il
neonato, appena ripulito e fasciato nelle sue vesti, viene mostrato ai
presenti, che guardano e giudicano. Se è di bell'aspetto si prodigheranno in
complimenti per i genitori, augurando un felice futuro alla creatura. Ma se
qualcosa non va, daranno appena uno sguardo gelido al fagotto che viene presto
lasciato nelle mani del padre. Il quale parte senza esitazione per la bottega
del bruttivendolo.
E lui è sempre là, a raccogliere
quegli scarti. Liquida in fretta il papà e poi si prende cura del nuovo ospite.
Gli da il latte, lo pulisce e gli canta una canzoncina. Una canzone speciale
che ha inventato lui e che fa grosso modo così :
Guarda qua
Guarda là
Guarda tutto intorno
Quando viene il giorno
Se lo vedi, siete tanti
E mai
sarete stanchi
Li tratta bene i bambini che gli
arrivano, il bruttivendolo. Li accudisce con grande amore e non si stanca mai
di cantar loro la sua canzone. Pur avendone un gran numero, li riconosce a uno
a uno e per ciascuno ha un'attenzione particolare. In men che non si dica
diventa per loro il papà e la mamma che non hanno avuto.
Il bruttivendolo passa ogni momento
della sua giornata, quando non è impegnato con i clienti, insieme ai suoi
bambini. Gioca con loro, gli insegna a vestirsi e a far di conto. Supplisce da
solo a tutte le loro esigenze: fa da maestro e da genitore senza mai stancarsi
e mai fa loro un rimprovero non meritato.
Viene però il momento in cui li deve
vendere. E’ un momento duro per lui e per i bambini. Ma quando sono cresciuti a
sufficienza e c'è un compratore, deve staccarsi da qualcuno di loro.
Vi potrà sembrare strano ma i
compratori sono ... gli stessi padri che li hanno venduti. Ma, com'è possibile,
direte voi. Ebbene sì, sono cose che succedono nel Paese dei Belli. Perchè,
dovete sapere, gli abitanti di questi posti hanno bisogno di un sacco di cose.
Loro, lo sappiamo, sono belli, ma anche le loro case devono esserlo e i parchi
e le ville, persino le rimesse delle automobili. Per cui le adornano con ogni
cosa le possa rendere ancora più belle. E come gli antichi mettevano statue di
mostri bizzarri a ornamento delle loro dimore, così loro mettono quei ragazzi
di carne e ossa. Mostri vivi invece che di marmo. A loro piace immensamente
adornare ogni punto delle facciate dei loro splendidi palazzi con quelle
creature dismorfiche. È una gara a chi può esibirne di più. C'è un continuo via
vai nella bottega del bruttivendolo, con coppie che sgomitano per accappararsi
le merci più pregiate. Il bruttivendolo insegna ai suoi ragazzi, appena sono
cresciuti abbastanza, ad assumere pose grottesche, in modo da attirare
l'attenzione dei compratori. Li istruisce a dovere su come comportarsi una
volta arrivati nel posto assegnato, in modo da non avere reclami. I ragazzi,
quando lasciano la sua bottega, hanno imparato tutto quello che serve e sono
pieni di affetto per lui.
Nelle lunghe ore che passano a ornare
le facciate dei palazzi hanno come unica compagnia il ricordo dell'affetto del
bruttivendolo e la canzoncina che gli cantava in continuazione:
Guarda qua
Guarda là
Guarda tutto intorno
Quando viene il giorno
Se lo vedi, siete tanti
E mai
sarete stanchi
La canzone dà loro coraggio e non fanno
caso agli sberleffi dei bambini belli o alle frecciatine degli adulti. Anche quando, per esempio, passa una
scolaresca in gita e la maestra li addita con disprezzo, dicendo agli alunni:
“Guardate cosa vi succederà, se non
curate abbastanza la vostra bella personcina!”
Loro hanno imparato a non farci caso e
continuano nel lavoro. Non sono infelici, perchè il loro papà speciale gli ha
spiegato quanto importante sia il loro compito e, soprattutto, i trucchi per
divertirsi alle spalle dei padroni. I quali non sanno che, ogni volta che sono
distratti, le loro preziose grottesche abbandonano velocemente le facciate dei
palazzi e si ritrovano tutte insieme per giocare a pallone o qualche altro
gioco. Un fischio basta poi per metterli in allarme e farli ritornare
immediatamente al loro posto. I brutti hanno mille modi per ingannare i
padroni, sempre senza venir meno al compito assegnato. Su questo il
bruttivendolo è intransigente : il dovere viene prima di tutto.
Così scorre la vita nel Paese dei
Belli, con i padroni che passano il tempo a pavoneggiarsi, disperandosi in
continuazione per non avere abbastanza soldi o abbastanza bellezza e i brutti
che, tutto sommato, riescono a essere felici e a fare una vita attiva e gioiosa
alle loro spalle.
Cantano i ragazzi brutti, abbarbicati
in pose deformi nelle nicchie dei suntuosi palazzi, cantano la canzone imparata
dal bruttivendolo infischiandosene della loro condizione in apparenza così
misera.
Cantano con la gioia nel cuore,
interrogandosi sul significato di quelle parole:
Guarda qua
Guarda là
Guarda tutto intorno
Quando viene il giorno
Se lo vedi, siete tanti
E mai
sarete stanchi
Capita poi un giorno che uno di loro,
forse uno dei più svegli, cominci a capire. A guardarsi intorno con occhi
nuovi. A vedere realmente per la prima volta quello che è sempre stato sotto
gli occhi di tutti.
"Se lo vedi siete
tanti"
Si guarda intorno e capisce ; conta i
ragazzi come lui, arrampicati a due a due nelle loro postazioni. Sono a decine
per ogni palazzo e i palazzi sono migliaia. Ecco cosa voleva dir loro il
bruttivendolo! Migliaia e migliaia di ragazzi brutti, molti di più di quelli
belli.
Allora scende dal suo trespolo facendo
un fischio agli altri.
“Ma guardate, quanti siamo! Siamo
tantissimi”
“E allora?” Azzarda un altro che non
capisce.
“Allora? Allora vuol dire che possiamo
fare come vogliamo, loro non possono certo impedircelo. Possiamo scendere
quando vogliamo, infischiandocene delle loro proteste. E se ci pare, non
risalire mai più!”
Il bruttivendolo li osserva da lontano,
dalla soglia della bottega, con un sorriso sulle labbra. Li lascia fare.
Ora tutti i ragazzi hanno capito il
significato della canzoncina e vogliono dir la loro.
“Basta fare i mostri!”
“Se siamo di più vuol dire che siamo
noi i belli!”
“Mettiamoci loro al nostro posto!”
Quest'ultima frase fa scendere di
colpo il silenzio. Ognuno rimugina dentro di se, indeciso.
Uno dei ragazzi più piccoli si fa
coraggio e prende la parola
“Quanto vorrei che il buon
bruttivendolo fosse qui, a consigliarci”
Prende respiro e poi continua
“Ma credo che, se lui fosse qui, ci
direbbe che non è con la vendetta che risolviamo la situazione”
Mentre parla comincia a fare degli
ampi cenni in direzione delle finestre.
“Ehi! Voi là dentro! Non abbiate timore e venite
fuori, qui con noi. Nessuno vi torcerà un capello, ve lo prometto. Noi vogliamo
solo poter decidere della nostra vita e, visto che siamo la maggioranza,
cambiare un po' di regole”
“Primo: d'ora in avanti questo sarà il
Paese dei Brutti e dei Belli!”
Un applauso scrosciante sancisce la
decisione.
“Secondo: non ci saranno più concorsi
di bellezza e non si dovranno pagare soldi per parteciparvi!”
Altro applauso, ancora più forte.
Anche da parte di qualcuno dei belli che si fa largo timidamente nella folla. Si
vede che comincia a capire e a vedere con occhi nuovi. E incita altri belli a
fare come lui.
“Terzo: nessun
genitore vorrà più abbandonare suo figlio solo perché non è bello!”
Le mamme si sciolgono allora in un
pianto troppo a lungo represso e iniziano a cercare con lo sguardo i bambini
che hanno abbandonato. Qui e là si alza un urlo di gioia e due persone si
abbracciano, felici di essersi ritrovate. Qualcuno mette insieme un'orchestrina
e si libera uno spiazzo dove poter ballare. Nel Paese dei Brutti e dei Belli
per la prima volta si fa festa per il solo motivo di averne voglia, senza
concorsi e senza biglietto d'ingresso.
Il bruttivendolo guarda a lungo quello
spettacolo asciugandosi una lacrima. Poi si gira e tira giù la seracinesca del
negozio.
lunedì 7 ottobre 2013
Constatazione amichevole [gianbarly]
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| A. Ligabue - autoritratto con la motocicletta |
- Che domande fa? Certo che sí.
- No, perché avrebbe tutti i diritti di sentirsi un po' scosso...
- Lei non si preoccupi e andiamo avanti. L'importante é che scriviamo tutto per bene.
- Certo, lo voglio anch'io.
- Allora ci metta che sono morto.
sabato 21 settembre 2013
Delina e Giovanni Benelli, due tipi per "L'amico di Mussolini"
Il mio romanzo aveva bisogno di una figura femminile. Di un personaggio che mitigasse la scontrosità di Giuseppe, che ne indirizzasse le scelte senza però togliergli la libertà, senza stravolgerlo.
Delina è nata così, una ragazza piccola, graziosa e determinata. Nella mia mente doveva essere estremamente femminile pur facendo un mestiere da uomo. Sentivo che lei aveva una passione per la meccanica, in particolare per le moto. Ho cominciato a scriverla così, pervaso però da dubbi: avevo forse osato troppo? Davvero potevano esserci donne che guidavano motociclette in quegli anni?
La questione mi frenava alquanto e non mi decidevo ad andare avanti finchè non mi sono imbattuto nella foto qui accanto. L'ho presa dal sito .... pensate un po' ... di Cà di Landino, il paese dei pozzi inclinati per il cantiere della Direttissima! Se non è un segno questo!
Allora il capitolo è andato via liscio, con ogni cosa al suo posto. E siccome per me parlare di moto significa, per una singolare coincidenza familiare, parlare delle Benelli, ho inserito un incontro fra lei e il giovane propietario di quel marchio glorioso:Giovanni Benelli.
La storia, interessantissima, della nascita di quella gloriosa fabbrica e dei suoi successi la potete trovare su Wikipedia o su siti di fanclub (come questo http://thevintagent.blogspot.it/2011/12/fratelli-benelli-racing.html da cui ho tratto la foto dei fratelli Benelli).
Il terzo da sinistra è proprio Giovanni. Il primo invece è Antonio, detto "Tonino" che portò la loro moto a vincere tutte le più importanti competizioni internazionali negli anni '20 e '30.
Infine, per stimolare la vostra curiosità, ecco il brano del loro incontro:
Delina è nata così, una ragazza piccola, graziosa e determinata. Nella mia mente doveva essere estremamente femminile pur facendo un mestiere da uomo. Sentivo che lei aveva una passione per la meccanica, in particolare per le moto. Ho cominciato a scriverla così, pervaso però da dubbi: avevo forse osato troppo? Davvero potevano esserci donne che guidavano motociclette in quegli anni?
La questione mi frenava alquanto e non mi decidevo ad andare avanti finchè non mi sono imbattuto nella foto qui accanto. L'ho presa dal sito .... pensate un po' ... di Cà di Landino, il paese dei pozzi inclinati per il cantiere della Direttissima! Se non è un segno questo!
Allora il capitolo è andato via liscio, con ogni cosa al suo posto. E siccome per me parlare di moto significa, per una singolare coincidenza familiare, parlare delle Benelli, ho inserito un incontro fra lei e il giovane propietario di quel marchio glorioso:Giovanni Benelli.
La storia, interessantissima, della nascita di quella gloriosa fabbrica e dei suoi successi la potete trovare su Wikipedia o su siti di fanclub (come questo http://thevintagent.blogspot.it/2011/12/fratelli-benelli-racing.html da cui ho tratto la foto dei fratelli Benelli).
Il terzo da sinistra è proprio Giovanni. Il primo invece è Antonio, detto "Tonino" che portò la loro moto a vincere tutte le più importanti competizioni internazionali negli anni '20 e '30.
Infine, per stimolare la vostra curiosità, ecco il brano del loro incontro:
Un
giorno, mentre armeggiava su una malandata Augusta 175, una voce alle sue
spalle la fece quasi sobbalzare:
“Che ce
l’avrebbe una chiave inglese da prestarmi?”
Delina si
tirò su, piantando i suoi occhi decisi sul giovanotto che le aveva fatto la
domanda. Era un tipo piuttosto alto, distinto, con un bel giubbotto di pelle
sopra la tuta. Aveva alzato sulla fronte gli occhialoni da motociclista.
Accanto a lui una Benelli 175 monoalbero. La riconobbe al primo colpo, anche se
non se ne vedevano tante in giro a quell’epoca.
Quell’esemplare
aveva però qualcosa di strano. Delina lanciò uno sguardo interrogativo
all’uomo.
“Ecco,
signorina. Non vorrei darle disturbo, ma ho un problema alla moto e mi
servirebbe una chiave del 12, se può prestarmela per un momento”
“La
chiave ce l’ho” rispose ruvida Delina mentre gliela porgeva. “Ma lei è capace a
far da sè?”
Il
giovanotto scoppiò in una risata.
“E lei
saprebbe metterci le mani?”
“Come no!
E’ un motore particolare, ma posso cavarmela anche con quello”
L’uomo
stette un attimo in silenzio, come per valutare quello che lei gli aveva detto.
“Facciamo
così. Mentre io la sistemo, lei mi segue, così le insegno due o tre segreti di
questo motore”
Delina
fece un’espressione fra la sorpresa e l’offesa. Ma chi si credeva di essere
costui?
“Non si
arrabbi, la prego. E non mi consideri arrogante. Vede, questo motore credo di
conoscerlo meglio di chiunque altro”
La guardò
con aria seria.
“L’ho
disegnato io”
Delina
restò con il respiro a metà.
“Via,
sarà ora che mi presenti. Sono Giovanni Benelli e questa è la moto che sto
mettendo a punto per mio fratello Tonino. Quello che corre, lo conosce?”
Lavorarono
insieme per un’ora buona, mentre lui le raccontava la storia di come, assieme
ai suoi fratelli, avesse creato le famose Officine Benelli di Pesaro. Della
madre Teresa che li aveva indirizzati a quel mestiere e senza la quale nulla
sarebbe stato possibile. Delle serate sacrificate al divertimento per costruire
un motore tutto loro. Con pazienza e passione le mostrò le modifiche che aveva
apportato ai disegni originali per farne un motore da competizione.
Quel
giorno Delina imparò più cose di quante ne avesse conosciuto fino a quel
momento. Furono probabilmente i momenti più belli che avesse trascorso
nell’officina paterna, che rinsaldarono definitivamente in lei la passione per
la meccanica. Quei pezzi di metallo, resi brillanti dall’olio che li ricopriva,
erano materia viva nelle loro mani. Come una squadra ben affiatata aprivano,
analizzavano e sistemavano il cuore di quel gioiello come se si trattasse di
operare una persona in carne e ossa. Delina non avrebbe più smesso.
Nell’accomiatarsi
Giovanni Benelli fece i complimenti alla ragazza.
“Lei non
sfigurerebbe nelle mie officine, glielo garantisco. Neppure nel reparto corse,
dove mettiamo solo i meccanici migliori”
Delina
abbassò lo sguardo, confusa.
“Anzi, se
un giorno volesse lasciare questi posti e venire giù da noi, venga a trovarmi
che un posto in fabbrica per lei ci sarà sempre. Ci pensi”.
mercoledì 8 maggio 2013
Piove merda [gianbarly]
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| Renè Magritte - Golconda |
Il giorno 23 di giugno, a una certa ora del pomeriggio, cominciò a piovere merda. Veniva giù dal cielo in grossi goccioloni, che stampavano sull'asfalto un disco liquido di colore marrone chiaro, con al centro un piccolo grumo di cacca.
Non era una pioggia fitta, tutt'altro. Le gocce cadevano alla distanza di una decina di secondi, una qui e l'altra là.
lunedì 8 aprile 2013
L'amico di Mussolini - Il terremoto del 1920 a Fivizzano
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| Il nonno Edgardo |
Nello scrivere questo tipo di romanzo c'è una difficoltà in più: la necessità di documentarsi in maniera puntuale su una miriade di aspetti diversi. Ma proprio lì sta anche il suo aspetto più affascinante: ci si può far trascinare nel gorgo dei documenti, seguire le fonti, incrociare avvenimenti diversi. Attraverso i personaggi si possono annodare percorsi straordinari, fino al punto da non comprendere più se è il personaggio che richiede quella situazione oppure sia stata lei a presentarsi così ghiotta da determinare il personaggio.
A me è successo, ad esempio con l'Arrigo. Arrigo Maltinti, per la precisione, l'arrogante caposquadra del "Foro", il tormento del gruppo di operai che lavorano alla costruzione della Stazione delle Precedenze nella grande galleria della Direttissima Bologna-Firenze. Nel pensare una storia per lui, mi è prima affiorato un nome, un luogo da cui farlo venire: Fivizzano, in Lunigiana. Da lì a realizzare che, in quegli anni, l'evento dominante della zona era stato il terremoto del '20, è stato un attimo. Mi sono buttato a cercare documentazione, quando mi sono ricordato di avere un testimone d'eccezione: il nonno Edgardo.
Edgardo è stato il suocero di mia sorella. Per tutti noi è sempre stato il nonno Edgardo. Scomparso da poco, alla veneranda età di di 97 anni, ci ha lasciato un libretto di memorie che riporta anche i suoi ricordi di bambino scampato al terremoto. Eccoli:
3 II terremoto
Il 1919 fu l'anno del mio incontro con la scuola. Frequentai
fa scuola privata della "Giacchi" dove l'insegnante Rappi Emma,
severa ma buona e molto comunicativa, mi insegnò a scrivere le vocali e poco
altro.
Fu in questa scuola, in via Cavallotti, che il
pomeriggio del 6 settembre 1920 sentii pronunciare per la prima volta la parola terremoto. I
compagni più grandi si precipitarono spaventati per le
ripide scale ed io li seguii fino
in strada. Giunto a casa mi spiegarono il fatto e mi
tranquillizzarono. Il mattino seguente, il 7 settembre,poco prima delle ore otto, si ripetè fa
scossa con inaudita violenza. Ero ancora a letto e lo zio Icilio mi portò in
braccio nello scantinato del fabbricato. La parte dell'appartamento da noi
abitato fu quasi interamente distrutta. Furono ore drammatiche che per lungo
tempo lasciarono in me paura e sconcerto. Sentivo la nonna raccontare che se
mia zia Romana non si fosse alzata un'ora prima del solito, sarebbe rimasta
sotto una trave del tetto che si era abbattuta sul letto.
Il sisma fu veramente una catastrofe: quasi tutte le abitazioni distrutte o seriamente danneggiate, oltre quaranta i
morti, gli aiuti quasi inesistenti, ovunque pianto e desolazione.
I mesi che seguirono furono di inaudita sofferenza.
L'inverno era alle porte e noi ancora sotto le tende. Ricordo che un forte
temporale spazzo via l'accampamento.
Del periodo in cui fummo attendati al Piazzone esiste una
foto scattata da un marinaio venuto insieme alle truppe dei soccorritori
(...) In quei giorni da Fivizzano transitò il re. Lo ricordo in
piedi sopra un'automobile, che ci faceva segni di saluto. Il sovrano prosegui
poi per la Garfagnana, altra zona colpita dal sisma e si racconta che giunto
nelle vicinanze di Terenzano fece fermare il convoglio per ammirare il
bellissimo panorama delle Apuane, dicendo: "Ma questa è la Svizzera
italiana".
Nel 1922-23, per iniziativa del prof. Metello Francini,
primario dell'ospedale di Fivizzano e dell'associazione combattenti, i
fìvizzanesi furono invitati a partecipare allo sgombero delle macerie della
chiesa dei francescani che si trovava dove ora è l'entrata dell'ospedale. Vi fu
un'adesione numerosa di uomini e di ragazzi che si misero al lavoro con
costanza ed entusiasmo. Dalle macerie uscirono anche numerose ossa umane, visto
che le chiese anticamente servivano spesso da cimitero. Tali resti furono poi
portati in una cappella che si trova ancora oggi nel bosco dei frati.
Attualmente al posto della chiesa, sulla destra di chi entra nell'ospedale, vi
è un albero gigantesco; è un abete piantato nel 1931. Anch'io contribuii
all'opera. A proposito dello sgombero delle macerie, merita un cenno il fatto
che segue. Una domenica mattina, mentre ferveva il lavoro dei volontari, venne
un ordine dalle autorità provinciali di sospendere ogni attività. Le ragioni di
tale decisione erano dovute probabilmente al fatto che tra l'associazione
combattenti ed i primi esponenti del nascente partito fascista non correva buon
sangue.
(...)
5 La scuola
Le scuole riaprirono a ottobre dell'anno 1921 in una baracca
dove ora si trova la Banca Toscana e successivamente trasferite in una sede
più idonea: la più bella baracca del «Vivaio" posta dove ora c'è il campo sportiva.I banchi non erano
troppo nuovi e ricordo il "Cecé" che veniva con un bottiglione di
inchiostro a riempirci i calamai. D’inverno si combatteva il freddo con qualche
semplice, ma efficace esercizio di ginnastica: battere i piedi e spingere le braccia in alto
ed in avanti. Una piccola stufetta,
alimentata con qualche fascio di legna
che andavamo a cercare nei boschi di
castagni, stemperava I’ambiente ma per poco. La stufa difettosa e la legna non
sempre secca procuravano
un fumo cosi fastidioso da indurre il maestro a
far spegnere il “riscaldamento”.
6 Le baracche
Nel raggruppamento di baracche del "Vivaio", circa quaranta, si viveva abbastanza tranquilli,
ma le privazioni erano davvero molte. La convivenza di tante persone creava quotidiani problemi di difficile soluzione. I servizi igienici erano praticamente inesistenti: un baracchino
all'inizio dell' accampamento e uno al termine. L'acqua era preziosa: un
piccolo getto, dove ora si trova l'edificio della scuola materna, serviva tutta
la comunità.
Altro problema era il bucato. Le massaie, alle qual era affidato questo compito, dovevano anche provvedersi la legna per alimentare il fuoco e avere acqua bollente. Quindi
sistemavano le lenzuola e tutto ciò che doveva essere lavato in un grosso
recipiente a forma troncoconica chiamato bugio; coprivano il tutto con un telo
di juta, lo cospargevano di cenere e,
per qualche ora, vi gettavano sopra acqua bollente. All'estremità del bugio una cannella immetteva il
ranno in un recipiente che poi serviva ad altro uso.
Raccolta in un cesto la biancheria, se la caricavano in
testa e andavano a sciacquarla in località assai lontane dall'abitazione: la
fontana di sotto e la fontana grande.
Non tutto il paese viveva al "Vivaio".
Raggruppamenti di baracche erano dislocati in altri siti: Piazzane, Campo di
Salotto, Cemento, Livorno (perché donate dalla città di Livorno), sul lato destro
di via Roma andando verso l'ospedale. Tutti questi insiemi di baracche avevano
gli stessi problemi igienici e di convivenza.
Al Rondò, odierna piazza Marconi, sotto il bel platano, vi
erano la farmacia Clementi ed il negozio Catalani.
Altre baracche, che sorgevano sparse ed isolate, ospitavano
gli uffici postali in via Pedretti e forse anche gli uffici comunali. La
pretura era alla Porte di sotto, dove adesso è la colonna in arenaria a ricordo
dello stampatore Jacopo da Fivizzano. Questa sede fu poi destinata alla scuola
di musica.
Sulla sinistra di via Roma, andando verso Nord, dove ora
sorge la casa delle sorelle Brunelli, vi erano due costruzioni in legno fra le
più belle. Una adibita a chiesa, l'altra a canonica. La baracca chiesa cominciò
a funzionare regolarmente un paio d'anni dopo il terremoto, quando decisero di
demolire la volta della chiesa parrocchiale pericolante e sostituirla con
cassettoni di cemento armato. In questa chiesa ricevetti la mia prima
Comunione. Fu un giorno bellissimo ed indimenticabile.
Nella provvisoria sede parrocchiale non fu trasferita
l'immagine della Madonna di Reggio, molto amata e venerata da tutta la
popolazione.
L’immagine fu posta in una sede ricavata nel palazzo del
nobile Battini Rossi. Tale edificio, rimasto indenne dal terremoto, fu demolito
per ragioni poco chiare qualche tempo dopo.
mercoledì 19 dicembre 2012
L'amico di Mussolini - incipit a confronto
Cari lettori, oggi voglio condividere con voi l'esperienza che ho fatto nell'iniziare il mio nuovo romanzo. Quindi parliamo di incipit. Non intendo annoiarvi con una trattazione sull'argomento (però: qual'è il vostro incipit preferito?) ma solo mettere a confronto la prima stesura con quella che, al momento, ritengo definitiva.
Mi piacerebbe avere qualche vostra osservazione in merito. Grazie!
PRIMA STESURA
Mi piacerebbe avere qualche vostra osservazione in merito. Grazie!
PRIMA STESURA
L’ingegnere Valerio Morandi era infastidito dai modi
dell’ufficiale cui si era rivolto. Eppure gli aveva posto una semplice
richiesta: voleva vedere il Duce.
L’altro lo aveva squadrato a lungo prima di
sibilare “Motivo?”
“Una visita di cortesia” aveva risposto, cercando di
essere conciliante. E gli aveva allungato il cartoncino dove stava, vergato con
eleganza, il suo nome.
L’ufficiale aveva guardato con disprezzo il biglietto
da visita, senza muovere un muscolo. Si era molleggiato per un attimo sulle
gambe, forse per attirare l'attenzione sull’impeccabile lucidità degli stivali,
poi l’aveva bruscamente liquidato. “Il Duce non può essere disturbato, da
nessuno. Men che meno per visite di cortesia. Se ne vada!”
L'ingegnere ebbe un’esitazione; avrebbe voluto replicare
seccamente, ma poi si era trattenuto per il timore che la sua naturale
avversione per i militari lo portasse a eccedere. Restò per un attimo rigido,
guardando l'altro negli occhi, poi batté in ritirata.
SECONDA STESURA
“Motivo?”
La
domanda risuonò secca come un colpo di moschetto.
L’ingegnere
Valerio Morandi cercò di non farsi intimidire dai modi arroganti dell’ufficiale
di guardia. Restò impettito davanti a lui, fissandolo diritto negli occhi.
Aveva modulato la sua richiesta con tutta l’autorevolezza di cui era capace, in
modo che si capisse che non era dettata da un capriccio. E ora non era disposto
a cedere di un millimetro.
“Una
visita di cortesia” disse mentre estraeva con gesto sicuro un cartoncino dalla
tasca della giacca dove, vergato con eleganza, c’era il suo nome. Allungò la
mano per piazzarlo proprio sotto gli occhi del militare.
Questi
non fece un solo gesto per prenderlo. Non lo degnò nemmeno di un’occhiata.
Tutta la sua attenzione era rivolta a lui. Mentre lo scrutava, con
l’accanimento che normalmente si pensava che si dovesse avere con i banditi,
iniziò a dondolarsi sulle gambe. Forse voleva attirare l’attenzione sugli
stivali lucidati in maniera impeccabile. Lo studiava e intanto usava la divisa
come un’arma per intimidirlo.
Il
Morandi cominciava ad irritarsi. Tutti uguali, i militari! Incapaci di
comprendere le situazioni, di valutare i fatti con la dovuta elasticità.
Regolamento e disciplina. Disprezzo per i civili. Tutte cose che conosceva alla
perfezione. La sua mano fece per muoversi per andare a sfiorare il bottone nero
che teneva appuntato sul risvolto della giacca, ma riuscì a dominarsi. Guardava
a sua volta l’interlocutore senza dar a vedere di esserne intimorito.
L’ufficiale
continuò per un po’ a scandagliarlo, poi si mosse di colpo per andare alla
scrivania dove era seduto l’attendente. Allungò una mano e questi gli porse
immediatamente una cartellina, che studiò con un’attenzione esasperata. Alla
fine restituì l’incartamento al subordinato e tornò senza fretta da lui.
“Il Capo
del Governo non può essere disturbato. Per nessun motivo! Tanto meno – e qui
scandì le parole ad una ad una – per una visita di cortesia”. Fece una piccola
pausa e poi sibilò “E ora se ne vada!”
L’ingegnere
ebbe un motto di esitazione. Era tentato
di ribattere ma la paura di eccedere a causa della sua naturale avversione per
i militari, lo convinse a desistere. Sostenne lo sguardo sprezzante dell’altro
fino a quando ritenne che fosse abbastanza. Quindi gli girò le spalle, allontanandosi.
sabato 15 dicembre 2012
L'amico di Mussolini - La stazione Termini
Voglio condividere con voi quello che sto imparando nel documentarmi per il romanzo che ho iniziato a scrivere. Oggi parliamo della stazione Termini.
La storia delle ferrovie a Roma nasce di fatto con l'elezione di Pio IX. Il suo predecessore Gregorio XVI, infatti, era un feroce avversario di certe modernità, arrivando a negare il suo appoggio alla realizzazione di un collegamento fra Bologna e Ancona caldeggiato anche da Gioacchino Rossini.
Bisogna comunque dire che, il frazionamento politico del nostro Paese, abbinato ad un'economia ancora arretrata rispetto, ad esempio, a quella inglese e francese, frenava lo sviluppo organico delle idee ferroviarie e si dovette attendere la congiunzione di alcune variabili favorevoli perché sparse e spesso velleitarie iniziative fossero convogliate verso un unico progetto.
Il nuovo papa si fece promotore dei collegamenti della città eterna con le realtà circostanti. Nacque quindi l'esigenza di costruire una stazione per la gestione del traffico ferroviario della città eterna.
Nel 1867 l'architetto Salvatore Bianchi costruì la Stazione Termini nella zona dell'Esquilino, dove all'epoca c'erano solo vigne e campi coltivati.
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| La Stazione Termini alla fine dell'800 |
Subito essa fu oggetto di critiche per le dimensioni ritenute eccessive per una città di solo 180.000 abitanti. In realtà essa risultò presto insufficiente a smaltire il traffico della città, che nel frattempo era diventata Capitale.
Fra ampliamenti e progetti (uno dei quali prevedeva una stazione sotterranea) si arrivò al primo dopoguerra quando l'architetto Angiolo Mazzoni presentò un progetto che prevedeva un'enorme atrio concepito non come filtro tra stazione e città, bensì come "imponente porta del tempio". L'approvazione definitiva del progetto, il 3 febbraio 1939 portò quindi alla costruzione di un avancorpo monumentale con un porticato imponente e un atrio di 12 mila mq. completamente vuoto, con l'unico scopo della suggestione, relegando nei corpi laterali tutti i servizi per il viaggio, sì da pregiudicare l'efficienza dell'esercizio ferroviario e le comodità per il pubblico.
Una curiosa caratteristica del progetto "Mazzoniano" fu l'intento di rappresentare la Nazione con i marmi pregiati: per i rivestimenti delle pareti e dei pavimenti furono scelti preziosi marmi tipici italiani.
Lo scoppio della guerra ed altri fattori bloccarono i lavori, che ripresero solo nel 1947 con un nuovo concorso indetto per completare l'opera. Caratteristiche dominanti del nuovo progetto dovevano essere forme chiare, trasparenti e funzionali, in armonia con quanto era già stato costruito e convivendo con gli 80 metri di mura con punte di 9 metri di altezza dell'Agger Servianus.
![]() |
| La stazione Termini come si presenta oggi |
Si decise di articolare lo spazio in 4 fabbricati distinti ma insieme collegati alle due ali della stazione e a Piazza dei Cinquecento: il fabbricato frontale ("E"), l'atrio biglietteria, la galleria di testa e il ristorante esterno. Tutto il complesso si sviluppava su un'area di 14 mila mq. I resti dell'Agger Servianus, adeguatamente valorizzati dal "Dinosauro", raffigurano idealmente la continuità tra l'antica e la moderna arte del costruire.
Conclusi i lavori, la stazione Termini prese la forma che conosciamo oggi e venne inaugurata il 20 dicembre 1950 dall’allora Presidente della Repubblica Luigi Einaudi.
lunedì 5 novembre 2012
Auto-intervista su "L'amico di Mussolini"
Visto che nessuno pensa di farlo, mi intervisto da solo. Come Marzullo, mi
faccio delle domande e mi do delle risposte. Siccome, però, bisogna rispettare
un minimo di regole, ci sarà un me stesso che fungerà da intervistatore e si
chiamerà, giustamente, Narciso.
Narciso: Come le è venuto
in mente di scrivere questo romanzo?
Gianni: devo dire che non è
tutta colpa mia. Una storia nasce sempre per caso.. É un po' come quando si
cammina sulla sabbia, guardandosi distrattamente intorno senza pensare a nulla
in particolare. A un certo punto qualcosa attira la nostra attenzione. In quel
momento non sappiamo di cosa si tratti, potrebbe essere una statuetta etrusca
oppure una lattina di birra. Potremmo ignorarla, ma il più delle volte ci
avviciniamo e cominciamo a togliere la sabbia. Quasi sempre é proprio una
volgare lattina, ma di tanto in tanto capita di trovare qualcosa di
interessante, che vale la pena di approfondire. Anche questa volta é successo così.
Narciso: e come si passa dalla prima idea alla
decisione di farne un vero e proprio romanzo?
Gianni: ahimè non é una
cosa che si possa decidere. Succede e basta. In questo caso, per esempio, avevo
capito immediatamente che il progetto sarebbe stato molto ambizioso e
difficile, avrebbe richiesto un mare di tempo e comportato rischi
notevolissimi. Un romanzo storico non é cosa che si possa fare nei ritagli di
tempo. E io di tempo per scrivere ne ho veramente poco. Ma la questione ha
preteso il suo spazio nella mia mente e non c'é stato niente da fare. Mi sono
ritrovato a fare le prime verifiche, per vedere se la storia poteva stare in
piedi ...
Narciso: e...?
Gianni: e, cavolo, tutto
si incastrava alla perfezione. Avevo pensato d'istinto di ambientarla nel 1935,
così, senza aver cercato riscontri. Ebbene, tutti gli elementi di cui avevo
bisogno si materializzavano a uno a uno esattamente come mi servivano. La
storia era lì, pronta per essere scritta.
Narciso: quindi ha un piano
preciso di lavorazione.
Gianni: assolutamente no.
Un conto é lo schema di massima, dove ci sono gli elementi di fondo, un altro é
lo sviluppo dell'azione, i caratteri e i personaggi. Quelli hanno vita propria.
Si parte con un'idea e, strada facendo, la questione prende una direzione
diversa. Le faccio un esempio: per dare spessore al personaggio principale, che
é un ingegnere ferroviario, mi sono documentato sulle ferrovie dell'epoca; ho così
scoperto che la Direttissima fra Bologna e Firenze era stata appena inaugurata.
Ma la cosa straordinaria è quando ho scoperto che esiste una stazione, sì una
vera e propria stazione all'interno della galleria dell'Appennino. Quasi a metà
dei 18.500 metri della galleria c'è la Stazione detta delle Precedenze, con
tanto di binari di servizio. Una scoperta troppo ghiotta per lasciarsela
sfuggire. Così, il romanzo appena iniziato prenderà una piega inaspettata e la
Stazione di Precedenze avrà un ruolo di primo piano.
Narciso: ci incuriosisce. Ci
può dire di più?
Gianni: Eh no! Un po’ di
pazienza, perbacco!
sabato 27 ottobre 2012
Un nuovo progetto: "L'amico di Mussolini"
Bene! Oggi decido di rendere noto un progetto nato da qualche giorno e che sta prendendo sempre più consistenza nella mia testa: un romanzo "storico".
Non vi dirò, qui ed ora, quale sia lo scopo che mi prefiggo nel farlo, anche perchè ho ormai imparato che spesso tali imprese prendono strada facendo delle direzioni imprevedibili.
Vi posso però dire la trama, che è semplicissima: siamo nel 1935 e un ingegnere bolognese, compagno di scuola del duce, lo va a trovare a Roma. Mussolini è felice di questa visita ed approfitta dell'occasione per prendersi un paio di giorni di libertà dalle faticose incombenze del potere. In incognito visitano alcuni luoghi della città che sta rapidamente cambiando volto proprio per la spinta "rinnovatrice" del fascismo.
Qui mi fermo. Cosa succederà e quali chiavi di lettura sono tutte cose da scoprire.
Intanto però una cosa è certa: un romanzo storico richiede una grande opera di documentazione. Per prima cosa ho cominciato dalle ferrovie. Il mio personaggio è un ingegnere ferroviario che scende a Roma da Bologna in treno. Quindi l'occasione è ghiotta per una carrellata sulla storia delle nostre ferrovie.
La scelta dell'anno in cui ambientare la storia si sta rivelando felicissima. Perchè se è vero che le principali linee ferroviarie sono state costruite nel corso dell'800, la "Direttissima" Bologna - Firenze era stata inaugurata solo nel 1928. Quindi il mio ingegnere aveva potuto partecipare alla sua realizzazione.
Nella decisione di fare un romanzo storico ha pesato la convinzione che scavando nella materia sarebbero saltate fuori storie interessanti. Infatti ecco qua che subito ne ho una ghiottissima.
LA STAZIONE DELLE PRECEDENZE
La costruzione della Direttissima dovette superare enormi difficoltà tecniche, fra le quali la realizzazione della seconda galleria più lunga del mondo (la prima essendo quella del Sempione). Per lo scavo di 18.032 metri si dovettero approntare due cantieri ai rispettivi imbocchi di Vernio e di Lagaro ed un terzo in località Cà di Landino, vicino a Castiglione dè Pepoli. Un tunnel inclinato di 50 gradi scendeva fino al livello della galleria, con una scala di 1856 gradini.
Ebbene, nel punto in cui il tunnel fu costruita una stazione sotterranea, che è rimasta attiva fino agli anni '60, la "Stazione delle Precedenze". Eccone una descrizione tratta da http://www.forum-duegieditrice.com/viewtopic.php?t=9299
Così, al km. 46+848 sorse il posto di movimento di “Precedenze”, il cui nome esplica già la sua funzione. Gli uffici degli addetti al movimento, il posto di blocco e un’officina si trovano in un camerone lungo 153,96 metri. La galleria ha in questo punto una luce di 16,97 mt. ed un’altezza di 9 mt.
Di qui prosegue, su ambo i lati, la galleria principale a doppio binario; accanto ad essa, su ogni lato vi è un’altra galleria in curva con il binario di precedenza, che i ferrovieri chiamano ironicamente “la banana”. Lunghi entrambi 448,33 mt., questi due tronchi di galleria a semplice binario confluiscono nella linea principale in due altri cameroni più piccoli che sono illuminati al pari di quello maggiore. Nelle gallerie di servizio sono state smontate le funicolari, ma esiste sempre la possibilità di raggiungere l’esterno presso Cà di Landino: una scala di 1.863 gradini sale attraverso una delle gallerie. Una vera scalata! Purtroppo si cammina in un ambiente scarsamente illuminato, ma una volta l’anno, per pochi attimi e naturalmente con cielo sereno, i raggi del sole attraversano il pozzo, riuscendo a far luccicare le rotaie! E’ interessante notare come questa stazione sia solo un posto di blocco e quindi non compaia nell’orario ufficiale; nonostante ciò alcuni treni locali sostano ugualmente per permettere agli abitanti di Cà di Landino un originale ritorno a casa. Dalla metà degli anni Sessanta “Precedenze” è impresenziata e telecomandata dalla stazione di San Benedetto.
Non vi dirò, qui ed ora, quale sia lo scopo che mi prefiggo nel farlo, anche perchè ho ormai imparato che spesso tali imprese prendono strada facendo delle direzioni imprevedibili.
Vi posso però dire la trama, che è semplicissima: siamo nel 1935 e un ingegnere bolognese, compagno di scuola del duce, lo va a trovare a Roma. Mussolini è felice di questa visita ed approfitta dell'occasione per prendersi un paio di giorni di libertà dalle faticose incombenze del potere. In incognito visitano alcuni luoghi della città che sta rapidamente cambiando volto proprio per la spinta "rinnovatrice" del fascismo.
Qui mi fermo. Cosa succederà e quali chiavi di lettura sono tutte cose da scoprire.
Intanto però una cosa è certa: un romanzo storico richiede una grande opera di documentazione. Per prima cosa ho cominciato dalle ferrovie. Il mio personaggio è un ingegnere ferroviario che scende a Roma da Bologna in treno. Quindi l'occasione è ghiotta per una carrellata sulla storia delle nostre ferrovie.
La scelta dell'anno in cui ambientare la storia si sta rivelando felicissima. Perchè se è vero che le principali linee ferroviarie sono state costruite nel corso dell'800, la "Direttissima" Bologna - Firenze era stata inaugurata solo nel 1928. Quindi il mio ingegnere aveva potuto partecipare alla sua realizzazione.
Nella decisione di fare un romanzo storico ha pesato la convinzione che scavando nella materia sarebbero saltate fuori storie interessanti. Infatti ecco qua che subito ne ho una ghiottissima.
LA STAZIONE DELLE PRECEDENZE
La costruzione della Direttissima dovette superare enormi difficoltà tecniche, fra le quali la realizzazione della seconda galleria più lunga del mondo (la prima essendo quella del Sempione). Per lo scavo di 18.032 metri si dovettero approntare due cantieri ai rispettivi imbocchi di Vernio e di Lagaro ed un terzo in località Cà di Landino, vicino a Castiglione dè Pepoli. Un tunnel inclinato di 50 gradi scendeva fino al livello della galleria, con una scala di 1856 gradini.
Ebbene, nel punto in cui il tunnel fu costruita una stazione sotterranea, che è rimasta attiva fino agli anni '60, la "Stazione delle Precedenze". Eccone una descrizione tratta da http://www.forum-duegieditrice.com/viewtopic.php?t=9299
Così, al km. 46+848 sorse il posto di movimento di “Precedenze”, il cui nome esplica già la sua funzione. Gli uffici degli addetti al movimento, il posto di blocco e un’officina si trovano in un camerone lungo 153,96 metri. La galleria ha in questo punto una luce di 16,97 mt. ed un’altezza di 9 mt.
Di qui prosegue, su ambo i lati, la galleria principale a doppio binario; accanto ad essa, su ogni lato vi è un’altra galleria in curva con il binario di precedenza, che i ferrovieri chiamano ironicamente “la banana”. Lunghi entrambi 448,33 mt., questi due tronchi di galleria a semplice binario confluiscono nella linea principale in due altri cameroni più piccoli che sono illuminati al pari di quello maggiore. Nelle gallerie di servizio sono state smontate le funicolari, ma esiste sempre la possibilità di raggiungere l’esterno presso Cà di Landino: una scala di 1.863 gradini sale attraverso una delle gallerie. Una vera scalata! Purtroppo si cammina in un ambiente scarsamente illuminato, ma una volta l’anno, per pochi attimi e naturalmente con cielo sereno, i raggi del sole attraversano il pozzo, riuscendo a far luccicare le rotaie! E’ interessante notare come questa stazione sia solo un posto di blocco e quindi non compaia nell’orario ufficiale; nonostante ciò alcuni treni locali sostano ugualmente per permettere agli abitanti di Cà di Landino un originale ritorno a casa. Dalla metà degli anni Sessanta “Precedenze” è impresenziata e telecomandata dalla stazione di San Benedetto.
domenica 2 settembre 2012
Mia figlia [gianbarly]
“Mi
fai schifo!”
Eccola
mia figlia, un attimo fa era una bambina ed ora me la trovo davanti, ritta sui
suoi tredici anni, a fare da giudice impietoso della mia vita.
“Ma
ti vedi! Come fai, dico, come fai a guardarti nello specchio la mattina?”
Lo
sapevo che sarebbe arrivato questo momento. Lo sapevo, ma non sono riuscita a
far nulla per evitarlo. Istintivamente mi tocco i capelli.
Fa
una smorfia di scherno: “Sì, belli i tuoi capelli. Sembrano fili di ferro”
giovedì 23 agosto 2012
L'ho finito!
Questa sera, esattamente alle 21,50 ho finalmente scritto la parolina magica in calce a "Paco de Luna"
F I N E
E' incredibile, l'ho finito davvero! Quando l'ho cominciato, all'inizio del 2010, non avrei scommesso un centesimo sulla mia capacità di arrivarci in fondo. Non avevo nemmeno ben chiara come dovesse svolgersi la storia. Ad essere sincero la molla che mi ha fatto decidere a cominciarlo è stata questa: avevo appena finito il mio primo racconto "La gloria di domani" che ha un registro epico e volevo quindi mettermi alla prova con una storia più intima, meno gridata. Poi ero affascinato dalla capacità di chi scrive di entrare in campi molto distanti dalla propria esperienza personale e così ho deciso che la storia avrebbe ruotato attorno ad un musicista. Io e la musica siamo due cose distinte ed immiscibili.
Con Paco de Luna ho sperimentato sulla mia pelle quanto sia vero quello che si dice: che non è lo scrittore che muove i personaggi, ma sono loro che guidano le sue mani. Credo che il segreto sia nel mettere insieme gli ingredienti giusti, poi la miscela comincia a reagire ed il romanzo prende forma secondo certi suoi inconoscibili sentieri.
Comunque ora è finito. chiedo scusa a coloro, ai pochi, che ne hanno letto parti su questo blog, ma non pubblicherò qui gli ultimi quattro pezzi. Naturalmente spero che possiate trovarlo, nella sua versione definitiva, in libreria o come e-book. A qualcuno chiederò privatamente di darmi un suo giudizio, prima di provare a proporlo agli editori.
Grazie di cuore a tutti, i vostri commenti mi hanno aiutato in maniera decisiva ad arrivare fin qui.
lunedì 13 agosto 2012
Paco de Luna - Quinto quadro 2 [gianbarly] Amicizia
![]() |
| H. Toulouse Lautrec - The bed |
Lourdes dormiva al mio fianco. Avevamo fatto l’amore con tutta
l’intensità di cui eravamo capaci, impermeabili a qualsiasi influsso esterno.
Ora la guardavo mentre, per la prima volta, si era lasciata scivolare nel
sonno. Di solito usavamo tutto il tempo a nostra disposizione per amarci e per
parlare, troppa era l’urgenza per poter lasciare scorrere i minuti senza far
nulla. Eppure non lo sentivo come un tempo perso. Osservavo i suoi lineamenti
così perfetti e venivo travolto dall’emozione. Stare insieme a lei era la mia
condizione naturale, non avrei più saputo farne a meno.
giovedì 9 agosto 2012
Paco de Luna - Quinto quadro 1 [gianbarly] Cosa sta succedendo?
![]() |
| P. Picasso - Jacqueline |
Giuliana se n’era andata in punta di piedi, la notte fra il sabato e la
domenica. Era morta senza mai aver ripreso conoscenza, consumata dalla vana
lotta contro la devastazione che le avevano inferto i suoi aguzzini.
I genitori, piegati da un dolore troppo vasto per poter essere accettato,
non avevano pensato di informarci. Tanto meno lo aveva fatto il convivente, che
ci accomunava nel rancore al resto dell’umanità.
Durante tutta la domenica nessuno di noi era passato dall’ospedale,
neppure quei pochi che ancora ogni tanto ci facevano una capatina. Così
successe che lo sapemmo solo il lunedì mattina.
Era stato Xavier, di ritorno da uno dei suoi viaggi, a portarci la
notizia. Era entrato in redazione portandosi dietro, come sempre, il profumo
dell’aria che a quell’ora saliva su dal fiume densa di odori.
martedì 7 agosto 2012
Paco de Luna - Quarto quadro 6 [gianbarly] Terremoto
![]() |
| R. Magritte - Fils de l'homme |
Non fu l’Antonia a divulgare la Lista, anche se le sarebbe piaciuto. Sono
sicuro che aveva sognato di estrarre con studiata lentezza il foglietto dalla
sua cartellina segreta per poi leggerlo a tutti noi, trepidanti intorno a lei,
con l’intonazione solenne degna di quel momento che l’avrebbe vista
dispensatrice di destini. Avrebbe scosso la testa e, ad ogni movimento della
sua chioma, qualcuno avrebbe saputo della propria condanna.
No, non è stata l’Antonia ma un comunicato di due righe a firma della
proprietà, che abbiamo trovato un mattino in bacheca. Dopo fiumi di parole e
tanta agitazione, dopo che ci eravamo preparati ad ogni scenario possibile, è
bastato quello scarno foglietto a mandare all’aria qualsiasi illazione.
domenica 22 luglio 2012
Paco de Luna - Quarto quadro 5 [gianbarly] Passione
| Egon Schiele - L'abbraccio |
Avevo dentro di me un fuoco che ardeva, una sensazione che mai avevo
provato prima di allora. Il corpo di Lourdes mi stordiva con la sua vicinanza.
Passavo con delicatezza i polpastrelli sulla sua schiena nuda traendone un
piacere infinito. Allo stesso modo lei accarezzava me ed ogni minimo contatto
fra di noi aveva la forza di un uragano. I nostri sensi eccitati raccoglievano
anche il più piccolo stimolo, amplificandone la forza. Non mi stancavo di
percorrerle con la punta del naso l’incavo fra il collo e la spalla,
inebriandomi dei mille aromi che la sua pelle di velluto era capace di
sprigionare e che io mai mi ero sognato di saper distinguere così nettamente
uno dall’altro. Poi mi staccavo per un attimo dal suo abbraccio per poterle
guardare il seno. Mai i miei occhi si erano posati su qualcosa di altrettanto
portentoso.
domenica 15 luglio 2012
Paco de Luna - Quarto quadro 4 [gianbarly] Stati d'animo
![]() |
| A. Ligabue - Autoritratto |
Corrado era il nostro tecnico delle luci. Credo che fosse alla tele fin
dal primo giorno; in ogni caso era una delle figure storiche dell’emittente. Di
corporatura massiccia ed impedito da un ventre decisamente espanso, riusciva
tuttavia a muoversi con una certa grazia fra cavi e tralicci. Vestiva
invariabilmente una camicia bianca ed un paio di jeans, con sopra una giacca
blu. Il tutto gli dava un aspetto serio cui faceva contrasto la lunga
capigliatura brizzolata che lui teneva sempre raccolta a coda di cavallo.
Mi aveva bloccato mentre mi accingevo ad entrare in ufficio, proponendomi
di prendere un caffè insieme. Non avevo saputo dirgli di no.
“Franchino, io ho cinquantadue anni” mi disse guardandomi intensamente
con gli occhi lucidi.
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